05 ottobre 2016

6 conseguenze positive del mangiare con le mani

Il progetto di una designer italiana in mostra a Eindhoven delinea un nuovo galateo per mangiare con le mani: gesti, ingredienti e spazi necessari per ricominciare a sentire quello di cui ti nutri, anche con il tatto.

Quando da piccoli, nell’età della ragione perlomeno, ci comincia ad essere detto che non si mangia con le mani, da lì in poi capiamo che per essere ben accetti in società occorrono regole d’educazione da rispettare, anche piccole, anche semplici, come questa.

È vero infatti che fin da neonati il primo assaggio del mondo lo abbiamo fatto tutti con la sequenza mano – labbra. Tocchiamo e mettiamo in bocca. Come facevamo in braccia alla mamma.
Qualcosa ci si guadagna, a smettere di mangiare con le mani. Non siamo più inzaccherati, il tavolo è più pulito, i movimenti più pudici. Ma cosa ci perdiamo? Per saperlo, è possibile sperimentare nuovamente da adulti, in un ambiente ordinato e con gesti prestabiliti, le sensazioni primigenie del contatto col cibo.

In questo periodo (ottobre) si svolge la mostra Graduation Show 2016 durante la Dutch Design Week 2016 alla Design Academy Eindhoven. C’è un progetto italiano elaborato da Giulia Soldati che si chiama Contatto. È stato pensato per codificare una serie di ingredienti e di modalità di fruizione del pasto che non comportano l’uso delle posate. Gli obiettivi sono molteplici: indagare le reazioni dei clienti, ritrovare sensazioni nascoste, mettere in discussione il nostro rapporto abitudinario col cibo, studiare spazi e forme necessari per la fruizione di quest’esperienza (infatti, la materia qui è il design).

Storicamente, si potrebbe dire che l’inizio del distacco formale tra noi e la materia viva, calda, sugosa del boccone avviene con la forchetta. Sui coltelli non si discute, sono in uso dal neolitico; mestoli e cucchiai perlomeno dall’èra romana (il termine “cucchiaio” proviene dal latino “cochlea”, conchiglia, chiocciola, forse perché i gusci furono i primi strumenti per portare i liquidi alla bocca). Ma l’apparato di posate, piatti e forchette come li conosciamo oggi, diffusosi in ambito continentale dal Trecento fino alla piena affermazione da metà del ’700, ha preso definitivamente il posto delle dita e contrassegna la meccanizzazione, la metallizzazione, la sterilizzazione del gesto semplice e buono del nutrirsi. Fino a oggi.

Nell’ambito della sua ricerca, Giulia Soldati ha delineato una nuova esperienza culinaria che cerca di estendere l’esperienza tattile in questo ambito.

Le sensazioni che proviamo con il tatto in effetti sono spesso intense e a volte indescrivibili, per cui la “Contatto eating experience” si propone di andare ad attingere in questo reame sconosciuto per arricchire il momento del nutrirci. Eccone sei effetti positivi.

Uno. Riconnette il rapporto atavico mani – bocca. Toccatevi il palmo della mano. Sfioratelo, accarezzatelo anche solo con due dita. È sensibilissimo. Una sensibilità molto simile a quella delle labbra. Le mani sembrerebbero quindi un’estensione naturale delle labbra, per pregustare il cibo di cui si possono pre-asssaggiare al tatto, con le dita, calore, turgore, testura, ancora prima di avvicinarlo al viso. Mani e labbra sono evidentemente collegati funzionalmente, perché il neonato per entrare in contatto con le cose del mondo fa due cose: prende in mano, avvicina alla bocca. Mangiando con le mani si riattiva quest’endiade.

Due. Se esistesse un ristorante tattile, s’instaurerebbero modalità di relazione inedite e inaudite tra chi serve il cibo e chi lo consuma. Niente più impiattamento, niente più camerieri, niente più muri e barriere fisiche tra cucina e persone, niente angoli ciechi. Il cuoco che prepara gli ingredienti deve essere lì davanti, poi li versa, li combina e li adagia direttamente nelle mani dei clienti. Un’interessante disintermediazione, anche emotiva.

Tre. Ti spinge ad andare oltre ai limiti dell’inibizione. Lecca, succhia. L’invito è prezioso in un’epoca in cui siamo intabarrati in maschere, facciate, impalcature, per nascondere la nostra essenza genuina. Servire il cibo sulle mani obbliga a fruirlo facendo un gesto primordiale, autentico, spontaneo eppure vietatissimo in quasi ogni occasione pubblica: leccare e succhiare. Così invece uno degli atti più intensi e appaganti, per convenzione sociale bandito e relegato alla sfera intima, s’emancipa e ritorna eseguibile senza alcuna riprovazione sociale.

Quattro. Massima enfasi sulla sensazione. È molto significativo che, tranne per quella visiva, per descrivere l’esperienza uditiva, olfattiva e tattile si usi il verbo ‘sentire’. Senti com’è anche toccandolo, prima di assaggiarlo. Siamo in un’epoca in cui il sentire è sempre più mediato da apparati materiali, tecnologici e virtuali. L’invito qui è a sentire ancora meglio, ancora di più.

Cinque. Ci si ricorda meglio quel che si mangia. Normalmente, facciamo fatica a ricordare cosa c’era a pranzo. Alcuni dei feedback raccolti tra le persone che testano questa esperienza riguardano il fatto che invece ci si ricorda benissimo ogni porzione. Certamente, una parte dell’effetto sarà dovuto all’aver vissuto un’esperienza inusuale, mangiando con le mani. Ma è anche vero che, così, il mangiare non è più un gesto meccanico semi-involontario e ripetitivo, bensì obbliga ad apprezzare ogni ingrediente, uno per uno, per esempio l’olio che ti gocciola sulle dita.

Sei. Favorisce la nascita di un nuovo galateo. Mangiare con le mani non è da maleducati in molte parti del mondo. In Amazzonia servono il cibo in gigantesche foglie, da cui si pesca il cibo. In India c’è una gestualità precisissima che coinvolge mano destra, sinistra e dita per formare porzioncine di riso condite. Nel Sud-est asiatico si pilucca il cibo dalle ciotole. Nel Corno d’Africa l’enjera si strappa con la mano destra dopo avervi raccolto sopra l’abbondante sugo. Anche nell’esperienza Contatto ogni ingrediente ha il suo codice, per essere servito, preparato in mano e gustato con ordine e pulizia, senza sguaiataggine. Certo, c’è qualcosa in più che gronda e una maggior frequenza in cui ci si deve lavar le mani con il limone tagliato di fronte a sé.

In questo modo, non è più maleducazione, mangiare con le mani. Si tratterebbe, anzi, di una rieducazione. Al sentire.

 

by Stefano Carnazzi