06 dicembre 2017

Altri 5 anni di glifosato, ma la breccia è stata aperta

La battaglia sull’autorizzazione del glifosato in Europa è stata vinta dalle multinazionali che lo producono e dalle aziende agricole che ragionano solo attraverso la logica del profitto a breve termine. Ma la guerra è a una svolta e il dimezzamento da 10 a 5 anni ha aperto una breccia.

Dopo la decisione del Comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi di rinnovare l’autorizzazione all’utilizzo dell’erbicida glifosato sul territorio europeo, ho voluto chiamare Fiorella Belpoggi, dottoressa che da 40 anni fa ricerca scientifica e ora è alla guida del centro di ricerca sul cancro “Cesare Maltoni” che fa capo all’Istituto Ramazzini di Bologna.

Una donna straordinaria che ha deciso di anticipare i risultati di uno studio pilota perché così le diceva la sua coscienza, perché era giusto che il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina sapesse per cosa stava votando visto che un’esposizione di soli tre mesi è già “in grado di alterare alcuni parametri biologici di rilievo che riguardano soprattutto marker correlati allo sviluppo sessuale, alla genotossicità e all’alterazione della flora batterica intestinale”.

Per tutti questi motivi ho voluto fortemente tentare di capire cosa pensasse Belpoggi di questa decisione di autorizzare il glifosato per altri cinque anni, invece di dieci. Una persona, non solo consapevole, ma anche senza pregiudizi. Già, perché se da un lato tutte le organizzazioni impegnate per un suo bando totale si sono dette “scontente”, dall’altro aver dimezzato la durata dell’autorizzazione non è cosa da poco.

“Soddisfatta è una parola grossa. Ma il rischio va governato”, mi ha detto Belpoggi, “bisogna dar vita a un percorso lungimirante per l’uscita del glifosato dall’Europa”. Un percorso che tenga conto della necessità di smaltire le scorte a disposizione degli agricoltori. “Cosa sarebbe successo se dall’oggi al domani non fosse più stato possibile usare il glifosato?”, una domanda che fa prevedere una risposta alquanto inquietante e che probabilmente avrebbe portato a uno smaltimento illegale e ancor più dannoso per l’ambiente. Per questo dare la possibilità agli addetti ai lavori di metabolizzare e impostare il “phase out”, la fase di uscita, si rivela di colpo necessaria.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è ciò che il centro di ricerca bolognese sta cercando di organizzare: uno studio globale e condiviso che possa finalmente far luce nel giro di pochi anni sulle reali conseguenze – anche dal punto di vista della cancerogenicità – per la salute degli esseri umani e della Terra. Uno studio, che se concluso, non solo darebbe fastidio a Monsanto, ma farebbe addirittura “paura”. Perché la ricerca indipendente fa questo effetto a chi ha qualcosa da nascondere ed è per questo che da anni i colossi della chimica si stanno inventando qualsiasi cosa pur di manipolare gli studi e la corretta informazione. Sono già passati alla storia i “Monsanto papers” pubblicati a puntate dal quotidiano francese Le Monde, che svelano come la multinazionale americana abbia tentato di affossare la ricerca e di manipolarla attraverso studi firmati da ricercatori al soldo di Saint Louis.

“Sa cosa le dico? Che Monsanto teme che noi la ricerca la faremo davvero”. E io, noi che abbiamo firmato la petizione #StopGlifosato lo speriamo. Per questo è importante raccogliere fondi a livello globale affinché i risultati vengano pubblicati in modo indipendente prima della prossima scadenza dell’autorizzazione del glifosato, a dicembre 2022. Nel frattempo mi crogiuolo nel pensare che multinazionali senza scrupoli possano aver timore di una signora intelligente e agguerrita e che lavora nella provincia italiana.

by Tommaso Perrone