29 settembre 2017

Cinema, cibo e ambiente: una ricchissima carrellata di gusto, di passione e di denuncia

Sono tanti i film imperniati sul cibo nella storia e tantissime le scene, anche piccanti, che lo inquadrano. Ma il nuovo, interessantissimo filone è quello dei film di denuncia e dei festival di cinema impegnato. Questi sono i film più interessanti.

Dove sognano le formiche verdi” è il mio primo ricordo di un film capace di tenermi avvinto e di mostrarmi, sul grande schermo, una realtà sconosciuta. Una denuncia filmata da Werner Herzog nel 1984, che secondo me ha aperto una strada. Lì, la storia si rifaceva alla vera lotta delle tribù aborigene australiane contro una compagnia mineraria che va lì a devastargli le terre.

Il cinema fa sognare, proietta in un mondo fantastico, ci risolleva dalla quotidianità. Ultimamente, sa anche denunciare. Ovviamente, i temi del cibo e dell’alimentazione, passioni ataviche di tutti noi, bisogno elementare e raffinata espressione culturale, permeano moltissime pellicole.

Scene che includono pranzi interi o bocconcini d’ingredienti ce n’è a iosa. Da quella di “Un americano a Roma” (di Steno, Italia 1954) con Alberto Sordi e l’impagabile sequenza in cui parla col paiolo di pastasciutta: “Macarone… m’hai provocato e io te distruggo, macarone! io me te magno” all’uso inconsueto del burro di Marlon Brando con l’allora ventenne Maria Schneider in “Ultimo tango a Parigi” o Mickey Rourke a torso nudo che tira fuori dal frigo quello che capita e Kim Basinger in accappatoio bianco che assaggia e freme senza guardare uova, ciliegie sotto spirito, le immancabili fragole, un sorso di vino bianco.

Sono molti e molto interessanti anche i film che hanno il cibo come momento centrale, più intenso.

Il pranzo di fidanzamento degli anni Trenta raccontato da Pupi Avati in “Storia di ragazzi e di ragazze” (1989) è fatto di vecchie tradizioni e succulente pietanze. Quello più pantagruelico è quello di “La grande abbuffata” (di Marco Ferreri, 1973) dove Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi, Philippe Noiret e Michel Piccoli si riuniscono in una villa fuori Parigi decisi a compiere una “grande bouffe”, un amplesso mortale di eccessi gastronomici ed erotici. “La mia cena con André” (di Louis Malle, 1981) cesella nitidamente il momento della cena come luogo per discutere, qui mostrando un regista di successo e uno scrittore spiantato in un ristorante di New York. “Il profumo della papaya verde” (di Tran Anh Hung, 1993, premiato a Cannes con la Caméra d’or per l’opera prima) è un film delicatamente orientale nella squisita attenzione ai gesti e ai riti della preparazione dei cibi, nei deliziosi indugi sui più piccoli incanti della natura. In “Mangiare, bere, uomo, donna” (di Ang Lee, 1994) il miglior chef di Taipei, vedovo, riacquista il gusto della vita cucinando, insieme alle tre figlie. Durante “La cena” (di Ettore Scola, 1998) tante storie di tanti personaggi al ristorante romano Arturo al Portico si susseguono sotto l’occhio della moglie del proprietario, Flora (Fanny Ardant). In “Affare di gusto” (di Bernard Rapp, 1999) il rapporto tra un ricco industriale, raffinato e decadente, e un giovane cameriere assoldato come “assaggiatore” sfocia in un legame di prevaricazione, di sottomissione, e l’arma utilizzata è sempre il cibo. La rassegna continua con “Come l’acqua per il cioccolato” (Alfonso Arau, 1992), “Chocolat” (Lasse Hallström, 2000), “Un tocco di zenzero” (Tassos Boulmetis, 2005), “Il pranzo di Ferragosto” (Gianni Di Gregorio, 2008), “Soul Kitchen” (Fatih Akı, 2009) ed “Emotivi Anonimi” (Jean-Pierre Améris, 2010), in cui il cioccolato diviene cura dell’insicurezza.

Vi dico i tre film sul cibo che più mi hanno intenerito. Il primo è “Ricette d’amore” (di Katja Studt, 2001). Martha è in una situazione di apatia verso tutti i piaceri della vita, l’unica cosa che le interessa è il suo lavoro di chef in un raffinatissimo ristorante francese (in Germania). La sua vita viene scossa dal doversi prendere cura della piccola nipote, che, persa la madre, rifiuta il cibo, anche gli irresistibili piatti della zia, e dall’arrivo di Mario, estroso chef italiano. Sarà proprio lui a far tornare l’appetito alla piccola – con un piatto di spaghetti! – e a risvegliare il gusto per la vita della zia.

“Pomodori verdi fritti (alla fermata del treno)” (di Jon Avnet, 1991). “Il segreto della vita? Il segreto è nella salsa”. Il racconto delle peripezie di due vecchie amiche che gestirono insieme il Whistle Stop Café a una fermata di un treno che non c’è più (dove si poteva gustare la specialità locale, i pomodori del titolo) cambia la vita della triste Evelyn (Kathy Bates). Che decide di portare a casa con sé colei che gliel’ha narrate, la nuova amica, l’anziana Ninny (Jessica Tandy).
Una delle mie scene preferite è quella in cui torna l’armonia e la felicità nella piccola comunità magistralmente raccontata nel film “Il pranzo di Babette”, di Gabriel Axel, vincitore all’Oscar al miglior film straniero nel 1987. Da un racconto di Karen Blixen, Babette Hersant (Stéphane Audran), cuoca francese emigrata, al servizio di due anziane signorine norvegesi allestisce un pranzo per dodici persone… che diviene una choccante rivoluzione di costume.

I docufilm sul cibo
Sta diventando ricchissimo il filone dei docufilm, dei film d’inchiesta capaci, attraverso una trama narrativa e una qualità di ripresa eccelsa, di mostrare scomode verità al cinema.

Morgan Spurlock in “Super Size me” (2004) si è nutrito per un mese esclusivamente nei fast food, documentando con le proprie analisi del sangue gli esiti (in una scena, il medico gli dice “Lei vuole morire?”). “Il prezzo dello zucchero” diretto da Bill Haney nel 2007 si svolge nella Repubblica Dominicana dove migliaia di haitiani espropriati delle loro terre, scortati da guardie armate, stanno raccogliendo la canna da zucchero, che poi finirà nelle cucine occidentali. “Carne, la verità sconosciuta” (2007) svela che gli allevamenti causano il 18% dell’effetto serra totale, una percentuale simile a quella dell’industria, e maggiore di quella dell’intero settore dei trasporti pubblici e privati (13,5%). Dopo che vedi “Food Inc.” (2008, Robert Kenner), viaggio dentro l’industria alimentare e la produzione del cibo di massa negli Stati Uniti, nessuno vede più il cibo con gli stessi occhi. Quanto incide l’alimentazione (quella occidentale) nell’insorgere delle malattie lo indaga “Forchette contro coltelli” del regista documentarista Lee Fulkerson che nel 2011 prova a ripondere a questa domanda raccontando il legame tra cibo e malattie. Per prevenirle e curarle, sostiene, è necessaria una dieta priva di proteine animali, che si basi invece su quelle vegetali e integrali.

Il più recente è il film “Domani” di Cyril Dion e Mélanie Laurent prodotto da Lucky Red e consigliato da Greenpeace, LifeGate, Legambiente e Slow Food che, tra le soluzioni per un futuro migliore, mostra casi splendidi di permacultura, di agroecologia, dalla storia di Vandana Shiva alle urban farm di Detroit.

Il mio ricordo più fervido è quello, durante Expo Milano 2015, della giornata del 2 ottobre: sul palco delle autorità c’era la vice presidente del Perù Marisol Espinoza Cruz ed è stato proiettato il cortometraggio inedito “Tierra Virgen”, girato lo scorso inverno in Perù, bellissima testimonianza la volontà di cambiamento del Paese di nel passaggio da un’economia incentrata sulla coltivazione della cocaina in favore dell’agricoltura biologica.

Festival su cibo e ambiente, iniziative speciali e premi
Le rassegne cinematografiche sono decine. Con molta soddisfazione vediamo che cominciano a esserci interessanti rassegne tematiche che indagano il tema del cibo e dell’ambiente, o nuovi premi indetti per premiarli all’interno di festival più grandi. Di alcune di queste iniziative recenti ho avuto modo di esser testimone in prima persona.

Quando a Bra organizzavano Slow Food on Film, molti corti erano imperniati sul cibo locale, di per sé sostenibile, o su tematiche ambientale e sociale. La Civica Scuola di Cinema di Milano nel 2014 ha fatto realizzare ai suoi studenti dei cortometraggi per sensibilizzare sul tema dello spreco di cibo. Originali, divertenti, con Giobbe Covatta come ospite. Expo Milano 2015 ha promosso il progetto ‘Short Food Movie’, presieduto da Diamara Delfino Parodi, collaborazione nata nel 2013 pensando alla grande opportunità che rappresentava un evento globale come Expo e a come gli strumenti del cinema potessero essere messi a disposizione per contribuire alla sensibilizzazione sulle tematiche dell’esposizione universale. C’è stato lo splendido contributo di Ermanno Olmi, con un suo cortometraggio che mostra il pane che lievita, i fiumi che scorrono, il temporale, gli uccelli, gli alberi, gli insetti, i migranti, “Il pianeta che ci ospita”, frutto di tre anni di riprese dal Monte Bianco all’Isola di Lampedusa.

Non c’è bisogno di menzionare il pionieristico festival Cinemambiente a Torino che quest’anno è arrivato alla ventesima edizione.

A Trento è arrivato alla nona edizione il Festival “Tutti nello stesso piatto”, organizzato da Mandacarù Onlus e Altromercato. Dal 3 al 26 novembre è una sempre ricca occasione di incontro con il cinema e la cultura di Europa, Africa, Asia e America Latina, con i loro registi e protagonisti che intersecano tra loro i temi del cibo, della biodiversità, della sovranità alimentare, dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile.

Marco Gisotti realizza le sue due passioni, l’ambiente e il cinema, col Green Drop Award, un premio collaterale della Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nato nel 2012 e promosso da Green Cross Italia e dalla Città di Venezia: il premio, una vera, grande goccia di vetro fatto a Murano, quest’anno è stato consegnato a Paul Schrader per “First Reformed”.

Invece quest’anno a Pollenzo, nella sede dell’Università di scienze gastronomiche, è nato il primo Migranti Film Festival una tre giorni che ha l’obiettivo di contribuire a una cultura dell’accoglienza. È stato un successo, a trionfare sono stati “Les Sauteurs”, “Bunkers” e i registi sloveni Lagler e Miklic. “Il cinema – ha detto qui il critico cinematografico Enrico Magrelli – è ancora quel potente dispositivo capace di descrivere la realtà e i suoi nodi, gli esseri umani e le loro contraddizioni. Il cinema come finestra che si spalanca sul mondo e ci costringe a guardare e a tentare di capire anche quello che sembra invisibile e carico di dolore e di speranza”.

L’ultima novità di quest’anno è la nascita del premio Waterevolution in seno al Milano Film Festival. Qui siamo alla ventiduesima edizione del festival dedicato al cinema indipendente prodotto da Esterni, ormai ex “festival delle birrette”, fresco di Ambrogino d’Oro. La più grande festa del cinema indipendente del capoluogo lombardo indice per la prima volta un premio al film che meglio fa riflettere sulla risorsa acqua. Io sono uno dei giurati, insieme ad Alessandro Russo, presidente di Gruppo Cap, e Alessandro Uccelli. La cosa più meritevole è che, proprio in onore a questo premio, durante questo festival non si venderà più acqua in bottigliette di plastica, ma è gratis dall’acquedotto, grazie proprio alla partnership con Gruppo Cap (che gestisce il servizio idrico integrato in provincia di Milano, Monza e Brianza, Pavia, Varese, Como). Il festival rinuncia a una bella fettolina di introiti in nome dell’ecologia e del rispetto, perfetto esempio di come il cinema può positivamente influire sulla realtà.

by Stefano Carnazzi