28 Novembre 2018

Commercio equo: quello che ruota attorno al prezzo

Quando penso alle origini del commercio equo e di Fairtrade, immagino quella sera ormai lontana del 1981 quando un centinaio di campesinos, riuniti da un gruppo di missionari che lavoravano con loro, nella regione di Oaxaca, in Messico, si sono ritrovati per discutere di un argomento fondamentale: qual è il prezzo giusto di un chilo di caffè? Sì perché nonostante lavorassero in una delle regioni più fertili e idonee a quella produzione, tra i 1200 e i 1800 metri di altitudine, coltivassero le qualità più pregiate e nonostante il caffè fosse uno dei prodotti più apprezzati al mondo (così importante da essere quotato alla Borsa di New York), i contadini e le loro famiglie continuavano a essere così poveri da non poter mandare i loro figli a scuola o da non provvedere ai bisogni di base.

Il problema degli intermediari
Li immagino discutere dei loro problemi e raccontare gli episodi di intimidazione e di sfruttamento subiti dai coyotes, commercianti senza scrupoli a cui, “regalavano” i frutti del loro raccolto (pagato poi dopo due o tre mesi) e che facevano il bello e il cattivo tempo rivendendo sul mercato quello stesso caffè a prezzi inimmaginabili per i piccoli produttori di Oaxaca. I missionari, tra cui Frans Van Der Hoff, un prete operaio olandese che li affiancava nel duro lavoro di ogni giorno e nella lotta per la sopravvivenza, cercavano di capire se era possibile aggregare questi piccoli villaggi di agricoltori, per spuntare un prezzo più alto, che li aiutasse a rompere questo meccanismo di ingiustizia. Ma per ottenere un prezzo più alto, era necessario trovare compratori disposti a pagarlo e direttamente ai contadini. Sì perché se allora gli agricoltori dovevano vendere il caffè ai coyotes a 37 dollari al quintale, gli intermediari lo rivendevano ai compratori europei per 132 dollari. A un certo punto, arriva l’idea: superare direttamente gli intermediari, accedere al mercato e vendere a un prezzo dignitoso il frutto di tanta fatica.

Unidos vinceremos
È da questa semplice intuizione che nasce il commercio equo. In questa prima fase, le difficoltà non mancano: 7 villaggi si uniscono, i rappresentanti dei produttori chiedono il permesso di esportare: mai nessun contadino aveva osato chiederlo prima. Alla fine il permesso arriva e anche i primi ordini dai compratori europei. Il prezzo spuntato è quello giusto: 130 dollari al quintale. I contadini esultano, la notizia si diffonde in altri villaggi e in pochi anni sono 40 le comunità che cooperano mettendo insieme i loro raccolti e 85 i clienti che credono nei campesinos e vogliono continuare a comprare da loro. Il prezzo più alto che ricevono viene gestito collettivamente per soddisfare i bisogni della comunità: scuole, ambulatori, strade, i magazzini per stoccare e lavorare il caffè, gli interventi per migliorarne la qualità. Il prezzo che paga invece la comunità di Oaxaca in termini di intimidazioni e di vite umane è molto alto: omicidi su commissione e minacce opprimono coloro che hanno osato ribellarsi al potere dei coyotes ma al grido di “Unidos vinceremos” i contadini resistono. Nasce Uciri (Union de comunidades de la region del Istmo), la prima organizzazione di commercio equo al mondo.

Il marchio Fairtrade
Grazie all’appoggio di un gruppo di Organizzazioni non governative olandesi nasce anche il primo marchio che distingue i prodotti coltivati nel rispetto delle persone e dell’ambiente, Max Havelaar, dal nome di un noto personaggio della letteratura olandese che aveva denunciato l’oppressione coloniale in Indonesia. A 40 anni dalla nascita di Uciri, i prodotti del commercio equo con l’etichetta Fairtrade, erede della tradizione di Max Havelaar, sono venduti in 150 Paesi e le buone pratiche di Uciri hanno contagiato 1599 organizzazioni di produttori agricoli in 75 Nazioni. I loro prodotti (caffè ma anche cacao, frutta fresca, zucchero, frutta secca, riso, tè e tanti altri) sono trasformati e venduti da migliaia di aziende e acquistati da milioni di persone che vogliono contribuire a un mondo migliore per tutti. I pilastri del commercio equo non sono cambiati: solo il riconoscimento di un prezzo e un salario giusto può emancipare le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo che vivono del lavoro della terra dallo sfruttamento e può renderle protagoniste del loro futuro.

È questa l’essenza di Fairtrade, il marchio di certificazione del commercio equo.

by Benedetta Frare