22 dicembre 2017

Cosa ci dicono gli orsi del mondo in cui viviamo

Tanti fatti di cronaca, tutti documentati da immagini commoventi e indimenticabili, ci hanno fatto scoprire quest’anno lati poco conosciuti del mondo. Protagonisti gli orsi, capaci di mostrarci una realtà ignota, ignorata e, forse, anche di raccontarci qualcosa di noi stessi.

Essere mamma orsa In Trentino

Nel 2014 la storia dell’orsa Daniza, malauguratamente uccisa da un anestetico da guardie provinciali di Trento, aveva sollevato un’ondata di proteste. Daniza, ricordiamolo, aveva preso a zampate un cercatore di funghi per difendere i suoi cuccioli. L’indignazione e le inchieste sono servite a poco. Quest’anno è stata KJ2 a far la fine di Daniza: soppressa per aver fatto l’orsa. La sera del 12 agosto, dopo una settimana nella sua tana coi suoi piccoli per i temporali che avevano colpito il Fornet, le hanno sparato un colpo di pallottola da caccia grossa. E s’è pure scoperto che l’aggressione era stata millantata.

Nei boschi del Trentino occidentale fra le Dolomiti di Brenta e il gruppo dell’Adamello ci sono una cinquantina di orsi. Negli anni ’90, sterminati da decenni di fucilate, lì ne erano rimasti tre, tutti maschi quindi destinati all’estinzione. Ce li riportò il progetto “Life Ursus” lautamente finanziato dall’Europa, promosso dal Parco Adamello Brenta col via libera della Provincia. Riportiamo i plantigradi a casa, dissero, sfidando le resistenze di qualche residente che senza nostalgia da anni non sentiva parlare di orsi in libertà. Monitoraggio costante, collarini con gps. I primi li prelevarono dalla Slovenia, due subito (era il 1998) altri otto nel 2002. Daniza, arrivata nel 2000, era la più anziana. Il conteggio su quanti siano oggi è approssimativo. La sola Daniza aveva dato alla luce 18 cuccioli e si potrebbe sperare che anche altre femmine siano state prolifiche. Non tutti gli orsi, è evidente, sono monitorati. La natura mica si fa imbrigliare da un gps.

L’orso bruno è tra le specie più protette almeno dal 1992. Ma oggi come oggi, nessuno di noi vorrebbe essere una mamma orsa in Trentino, alle prese con ricerca di cibo, ansia per il letargo, per i cuccioli da far sopravvivere e soprattutto con una condanna a morte preventiva se per disgrazia ci fosse bisogno di difendersi dall’attacco di un uomo.

Cosa ci dice questa storia? Abbiamo un rapporto schizofrenico con la natura selvaggia. Vogliamo preservarne l’equilibrio ecologico, ma non quando ci dà una zampata se la disturbiamo.

Gli orsi della luna liberati in Asia

La storia delle fattorie della bile in Asia è indicibile. A partire dagli anni ’70 in alcune province della Cina, in Vietnam e in Corea, hanno cominciato a ingabbiare centinaia, migliaia di orsi della luna – si chiama proprio così questa specie di orsi tibetani perché hanno tutti una bella macchia a mezzaluna chiara sul petto – per infilargli, vivi, un catetere nella pancia e mungergli la bile due volte al giorno e venderla come medicina. Questi orsi fanno una vita d’inferno, per anni.

Jill Robinson nel 1998 fonda Animals Asia e per anni, oltre a condurre campagne di sensibilizzazione in tutto il mondo, attua un approccio di negoziazione: da una parte irrora denunce, dall’altra tesse accordi a livello locale per riscattare – anche ricomprare, perché no – gli orsi prigionieri, liberarli, curarli e riconvertire gli orrendi stabulari in fabbriche di qualcos’altro. Sta avendo successo, ne hanno già salvati 500, gli ultimi sei un mese fa. Il governo cinese non dà più autorizzazioni ad aprire nuove fattorie della bile, il Vietnam nel luglio di quest’anno ha vietato la detenzione di orsi in aziende agricole. La crudeltà umana può andare oltre la nostra immaginazione. Ma quando ce ne accorgiamo, qualcuno che comincia a lottare per porvi rimedio, c’è.

Canada, l’orso sperduto tra i rifiuti: lo scatto simbolo della natura contaminata

L’immagine ha fatto il giro del mondo quest’anno e racconta una cosa di cui noi siamo la causa, ma di cui cessiamo d’interessarci dopo che la facciamo sparire nel cestino della spazzatura.

Una realtà che agli occhi del mondo è riemersa grazie a uno scatto in Canada realizzato da Troy Moth che ritrae un orso in pessime condizioni, seduto mentre rovista tra i rifiuti in fiamme di una discarica a cielo aperto alla ricerca di cibo. La desolazione dell’immagine colpisce al punto che lo stesso fotografo a tutta prima non ha avuto il coraggio di immortalare la scena. “Una volta arrivato in quel luogo incredibile non riuscii a scattare – spiega su Instagram – ma il giorno dopo sono tornato, più preparato ad affrontare quella situazione”. Moth era in un posto sperduto in Ontario, in Canada, per girare un documentario. “Ho pianto quando ho scattato la foto, ho pianto quando ci ho lavorato. E di nuovo piango quando ripenso a quel momento. Un luogo isolato, non c’era nulla per miglia e miglia, solo rifiuti e natura. In quel momento ho realizzato come tutto quello fosse distante da noi, come tutto quello fosse una realtà invisibile agli occhi umani”. Che (anche qui) un orso contribuisce a farcela riapparire visibile. Almeno per il tempo di uno scatto.

L’orso polare che muore di fame nell’Artico che si scioglie

Abbiamo avuto il merito di rilanciare per primi in Italia lo straziante incontro che i fotografi e biologi Paul Nicklen e Cristina Mittermeier hanno avuto in un villaggio Inuit abbandonato dell’Artico canadese, sull’isola di Baffin. Un orso polare emaciato annaspa, tra un bidone arrugginito e uno spiazzo di terreno brullo, in cerca di cibo. Il video e le foto hanno avuto milioni di views.

In tanti si sono chiesti perché la troupe non abbia sfamato il povero essere morente. La risposta è che erano in tre, in missione da venti giorni, e ovviamente non avevano in dotazione né pistole tranquillanti, né fucili per cacciare foche, né tantomeno quattrocento chili di carne per sostentarlo il tempo necessario di andare, organizzare i soccorsi e tornare.

Altri hanno avanzato il sospetto che l’orso fosse di per sé vecchio o malato. No, i materiali video ripresi quest’estate sono stati mostrati agli esperti del Cochrane Polar Bear Rescue, gli stessi autori hanno preparazione scientifica e pubblicano su riviste prestigiose come ‘Science’ e ‘Nature’; e purtroppo è da cinque anni che altri fotografi e videomaker documentano orsi polari allo stremo delle forze. Qui entra in campo il meccanismo psicologico di negazione: di fronte a una situazione che travalica le nostre capacità di adattamento la neghiamo. Un meccanismo di difesa arcaico, presente cioè fin dalla primissima infanzia, il pensiero dei bambini piccoli: disconoscere una realtà sgradita equivale a eliminarla.

Secondo la National Oceanic and Atmospheric Administration Usa nel 2080 il ghiaccio dell’Artico, in estate, non ci sarà più. L’habitat degli orsi polari scompare, la loro sorte è segnata. È colpa nostra, del riscaldamento globale.

Possiamo decidere di non far nulla, negare tutto come bambini irresponsabili e pensare che i boschi del Trentino, le fattorie asiatiche, le distese di spazzatura dell’Ontario e i ghiacci del Polo Nord siano lontani, invisibili. Oppure possiamo fare in modo di ridurre, per quanto possiamo, la nostra impronta ecologica – e scegliere bio è un modo portentoso di farlo. Altrimenti, siamone certi, ci sarà qualche altro orso che verrà a chiedercelo. Col suo goffo faccione sofferente. In silenzio.

by Stefano Carnazzi