14 Novembre 2018

Diego e la passione diventa lavoro. “Per vivere meglio impariamo dalle api”

“Nell’alveare c’è il grande lavoro di squadra a fare la differenza, unito ad una determinazione che non deve mai venire meno, ricorda Diego Pagani, apicoltore e presidente di Conapi. «Faccio un mestiere meraviglioso fatto di silenzio, ma con i sensi allertati per capire la natura”.

Spesso la vita è fatta di passioni che irrompono prepotentemente, costringendoci a rivedere priorità e quotidianità. Tutto questo è successo anche a Diego Pagani, 45enne di Borgomanero, ventiduemila anime nel novarese, oggi di professione e di passione apicoltore. «Ho studiato illustrazione e sceneggiatura a Milano. La mia precedente vita aveva un taglio più artistico e assieme a mio papà gestivamo gli alveari solo al sabato e alla domenica». Già, perché Diego prima era un illustratore. Anche se poi ad un certo punto ha deciso di cambiare vita.

L’attività inizia nel Duemila. E abbraccia da subito il biologico. «Ho iniziato tra il Piemonte e la provincia di Piacenza, in Val Tidore. Si tratta di una valle piacentina ancora poco antropizzata, ambiente ideale per le api». Oggi l’impresa è portata avanti col fratello Daniele e conta mille alveari. Ogni alveare ha 50mila api più una regina. Ecco perché possiamo dire che la nostra comunità registra cinquanta milioni di api e mille regine.

Il percorso di Diego è in un crescendo inarrestabile, come la sua passione per le api. Contemporaneamente al lavoro è approdato a Conapi, la cooperativa di Monterenzio fondatrice di Alce Nero. Poi nel 2004 l’ingresso nel Cda della cooperativa e nel 2008 la presidenza. «Conapi è una grande realtà: aggrega in forma singola o associata 250 soci e in tutto 650 apicoltori. Siamo diventati col tempo un gruppi di produttori internazionali perché abbiamo soci in Ungheria e in Andalusia. In fondo per noi la visione è quella di essere cittadini europei, con le politiche a difesa delle api da definire a livello comunitario», precisa Diego.

L’importanza dell’agricoltura biologica per Diego la si respira nel movimento di pensiero. «Dovremmo renderci sempre conto che il sistema agricolo in atto non pensa alle generazioni future e tutto ciò ci sta portando all’autodistruzione. Basti pensare che negli Stati Uniti avevamo nove milioni di alveari e negli ultimi vent’anni ne sono rimasti soltanto due. Oggi gli alberi americani non sono sufficienti».

Diego, come possiamo definire Conapi?
«Siamo la cooperativa più importante in Europa di apicoltori e il primo produttore di miele europeo. La cooperativa fattura all’incirca 21 milioni di euro. E siamo in crescita».

Da sempre si legge che ci sono problemi a livello produttivo?
«Questo è innegabile: i cambiamenti climatici e l’uso di pesticidi stanno arrecando danni incalcolabili. Noi da sempre abbiamo scommesso sul miele biologico, ovvero su quel miele che viene certificato e che è monitorato nel processo e nel metodo di conduzione dell’allevamento».

Perché un miele biologico fa la differenza?
«Innanzitutto il biologico rispetta requisiti relativamente alla collocazione delle api. Poi non comporta una coltivazione intensiva. E ancora non si colloca nelle vicinanze di autostrade o discariche. Per intenderci, le api devono essere distanti almeno tre chilometri dalle autostrade e cinque chilometri dalle discariche. Questi parametri creano un’area protetta per gli alveari. Anche perché l’area in cui lavora un alveare è un cerchio con diametro di 3 chilometri».

Come vengono nutrite le api?
«Ecco, anche questo elemento fa la differenza. Noi adottiamo metodi naturali e gli stimolanti per farle crescere più in fretta non sono concessi. E i trattamenti sono con acidi organici  e olii essenziali. Poi il nostro miele è lavorato a freddo, ovvero senza mai superare la temperatura dell’alveare che è di 40 gradi. Così il prodotto non perde i suoi profumi e le caratteristiche chimico-fisiche. I monoflora rappresentano i meravigliosi territori italiani, con i differenti colori e profumi: quando si partecipa ad una degustazione, si ha la sensazione di attraversare i diversi ambienti italiani».

Ma intanto il  numero di api diminuisce…
«C’è da dire che l’Italia è stata la prima ad agire con una campagna mirata. Noi abbiamo una stazione di monitoraggio ambientale e facciamo migliaia di prelievi quotidiani. Aria, acqua, polline: monitoriamo tutto».

Da operatore del settore, ci spiega perché le api sono fondamentali? «Le api sono responsabili dell’impollinazione del 70% delle piante delle quali si coltivano cotone o caffè. Noi coltiviamo cento specie botaniche per cibarci, ma nel mondo ci sono 350mila specie che hanno bisogno di impollinazione. Come ci ricordano gli entomologi più noti al mondo, la biodiversità è il sistema immunitario del pianeta. Intaccando questo equilibrio tutto diventa più fragile».

Che caratteristiche hanno gli apicoltori?
«Innanzitutto ti dico che gli apicoltori  non vanno mai in pensione. Devono studiare botanica e biologia, devono essere curiosi e appassionati. E poi devono pensare che il loro studio deve essere continuo. È un lavoro appassionante, ma anche frustrante perché cerchiamo di entrare in un mondo nel quale siamo degli estranei».

Cosa ci insegnano le api?
«Tante cose. L’alveare è un super organismo e le api ci insegnano per esempio che è il grande lavoro di squadra a fare la differenza, unito ad una determinazione che non deve mai venire meno. Sono lezioni di vita».

Intervista di Giampaolo Colletti.

Diego Pagani, apicoltore.

by Giampaolo Colletti