02 novembre 2016

Fenomenologia degli orti urbani: perché il mondo ha fame di verde

Che si parli di megalopoli asiatiche, di città hi-tech in Medio Oriente, di città d’arte o di periferie italiane, la tendenza a ritagliarsi riquadri di verde da coltivare nel grigio del cemento sembra essersi universalmente diffusa.

Chi ancora pensa che sia una cosa da vecchietti, influenzato dall’aver visto qualche baracchetta in periferia, sarà smentito. Fare l’orto in città è diventata una cosa fighissima. Lo confermano i numeri del fenomeno, le statistiche sulla fascia d’età di chi richiede ai Comuni di avere accesso ai bandi, la spregiudicatezza dei progetti di alcune realizzazioni in giro per il mondo.

Nati da noi in tempi bui (i giardini coltivati in città si conoscevano in Italia ai tempi del fascismo quando erano utilizzati dal regime come strumento di propaganda dell’autosussistenza autarchica in vista della guerra), ormai gli orti urbani si sono trasformati una tendenza chiara, radiosa, gloriosa.

Ci sono oggi in Italia oltre 3,3 milioni di metri quadrati di terreno di proprietà comunale divisi in piccoli appezzamenti e adibiti alla coltivazione domestica, all’orticultura o al giardinaggio ricreativo (dati Coldiretti-Istat). Questo vuol dire che gli orti qui in Italia sono addirittura triplicati rispetto al 2011, quando in tutto consistevano d’un milione di metri quadri. Triplicati in cinque anni!
Una volta venivano assegnati ad anziani pensionati ed erano in zone periferiche e poco servite, il nuovo orientamento è invece di incoraggiarli dovunque e per tutte le fasce d’età.

Ogni Comune ha i suoi regolamenti, ma in generale la procedura è abbastanza facile: il bando viene spesso pubblicato online, si fa domanda e si ottengono i propri metri quadri di verde. Milano, Torino, Bologna lo fanno da sempre. Poi Parma, Modena, Genova (dove la Consulta del Verde ha deciso di agevolare la fascia dai 26 ai 30 anni), Cuneo. Con Orti Dipinti, un orto sociale in pieno centro storico a Firenze inaugurato l’anno scorso, si è pensato di sfruttare una ex pista di atletica in Borgo Pinti (da cui il geniale nome degli Orti). E ancora nuovi orti urbani sono stati deliberati da Potenza, Napoli, Cagliari, Sassari…

Ma lo vediamo anche dai dati sulle ricerche online. Perché tutti cercano istruzioni su come far crescere le piante in balcone, quali sono le più adatte, trucchi, consigli, stratagemmi, come partecipare ai bandi della loro città? Basso costo delle primizie, divertimento, socialità, educazione: è molto istruttivo seminare, curare, veder crescere lentamente ciò che si coltiva, reimparando a dipendere dalle stagioni, dai ritmi naturali.

Il fenomeno degli orti urbani non è solo italiano.

Uno studio delle Università di Berkeley e di Stanford dimostra l’efficienza sociale e ambientale delle strategie di sviluppo attraverso l’ampliamento delle aree agricole urbane e periferiche. Nel documento “Global assessment of urban and peri-urban agriculture: irrigated and rainfed croplands” i ricercatori stimano pari a 456 milioni di ettari le aree coltivate all’interno all’ambiente urbano in tutto il mondo. Una superficie grande quanto tutta l’Europa!

Sono sempre di più le città che ospitano aree agricole all’interno dei loro confini. D’altronde in Francia, Germania, Inghilterra e nell’Europa del Nord gli orti urbani hanno una storia più lunga che in Italia. Lì esistono diverse organizzazioni che distribuiscono i lotti e offrono servizi agli assegnatari di orti urbani: a Londra (dove è attivo il programma Capital Growth) è il London Allotment Network, a Berlino il Kleingarten bund, a Parigi la Fédération Nationale des Jardins Familiaux et Collectifs; nella capitale francese si stanno anche diffondendo i “Jardins Partagés” (JP), giardini collettivi creati e gestiti da associazioni di quartiere in piccoli appezzamenti di terreno messi a disposizione dal Comune. C’è poi un Resource Centre on Urban Agriculture & Food Security e un Office International du Coin de Terre et des Jardins Familiaux con sede in Lussemburgo che coordina i vari enti nazionali.

Negli Stati Uniti, quasi tutti gli stati – dall’Illinois all’Oregon fino a Texas e California – hanno programmi per incentivare la creazione di community garden.
Alcuni progetti sono fantastici.

Lo studio newyorkese Kono Design ha riqualificato un edificio di nove piani a Tokyo creando l’orto aziendale più grande di tutto il Giappone (e forse di tutto il mondo): 4mila metri quadrati. I dipendenti di Pasona coltiveranno ortaggi in pausa caffè. Sempre in Giappone, grazie al progetto del community garden della stazione di Tokyo, un’idea della East Japan Railway Company, i pendolari in attesa del loro treno possono lavorare in un orto urbano creato nella stazione stessa, da cui poi potranno raccogliere frutta e verdura.

A New York coltivano ogni varietà di ortaggi con il progetto Eagle Street Rooftop Farm: a Eagle Street a Brooklyn i 1.000 metri quadrati verdi sono stati realizzati in partnership tra gli studi cinematografici Broadway Stages e lo studio di design Goode Green.

In Inghilterra a Todmorden, cittadina vittoriana nel West Yorkshire, in ogni aiuola e in qualsiasi spazio verde è possibile seminare e/o raccogliere la frutta e la verdura. Tutti aiutano tutti a coltivarla, strappare le erbacce o innaffiarla, e tutti liberamente colgono i frutti di questo lavoro collettivo. In forza del progetto Incredible Edible (“incredibilmente commestibile”) vuole essere la prima città autosufficiente dal punto di vista alimentare entro il 2018.

I fattori vincenti sono molti e simili in gran parte delle esperienze: la funzione sociale e didattica, la sperimentazione architettonica, ricerca personale di risparmio, l’esigenza di riconnettersi alla terra e alla natura, la soddisfazione di sapere da dove proviene il cibo. E, forse, un bisogno fisiologico di toccare la terra, vedere un germoglio, far trafilare un po’ di verde da ogni rettangolo grigio possibile. Quanto ne abbiamo bisogno!
L’idea è anche efficiente dal punto di vista agricolo: gli appezzamenti interni al nucleo urbano o limitrofi sono spesso più produttivi e meno aridi dei terreni agricoli normali. All’interno delle città, infatti, le aree verdi sono spesso irrigate correttamente, fertilizzate bene anche attraverso il compostaggio e coltivate differenziando ciclicamente le piantagioni. Certo, con tutta la cura che una persona ci mette. È il suo orto!

by Stefano Carnazzi