24 novembre 2017

Foglie, non sprecatele e godetevi i loro tappeti. Ci ricordano la nostra fragilità

Le foglie cadute dagli alberi, che ci consentono di consumare il piacere del foliage, sono come gli uomini. Delicati, con colori che cambiano, destinati ad appassire. E ci invitano a non trascurare gli altri con indifferenza.

Godetevi le foglie, non sprecatele. Nella stagione del foliage, particolarmente allungata per effetto dei cambiamenti climatici, potete scoprire fino in fondo il valore e i piaceri che ci danno le foglie. Con i loro colori, la loro storia, le occasioni che ci restituiscono di tornare ad essere padroni dei nostri spazi e del nostro tempo. Le foglie, belle e preziose, anche quando sono cadute formando i loro tappeti naturali dove possiamo passeggiare in modo soffice.

Un calpestio che ci accompagna nel mistero della fragilità dell’uomo. Noi siamo proprio come le foglie: delicati, con colori che cambiano, destinati ad appassirci, ma anche molto vitali se ben curati. E siamo sospesi in un eterno chiaro-scuro di immagini, di emozioni, di stati d’animo.

Le foglie ci rammentano anche quanto dobbiamo stare attenti nel non calpestare con indifferenza, prima ancora che con cattiveria, gli altri. Tutti gli altri. Coloro che per condizione o per scelta, sono comunque più fragili di noi. E sono sempre le foglie, ancora loro, a darci, con le tinte malinconiche quanto luminose dell’autunno, l’intensità di un rapporto con il silenzio, un bene prezioso che abbiamo smarrito.

Camminate, passeggiate, tuffatevi nelle foglie: avrete una sensazione meravigliosa di leggerezza, laddove la vita quotidiana può essere pesante per definizione.  Vi sentirete meno oppressi dagli affanni, dallo stress, da una rincorsa spesso vuota ed a vuoto del tempo. Incrociate con il vostro passo le foglie ovunque sia possibile: in un giardino, in una strada alberata, in un parco. E fatelo non dimenticando una banale ma essenziale raccomandazione: con il cellulare spento. Così ascolterete solo il sottofondo musicale del dolce calpestio.

by Antonio Galdo