06 luglio 2016

Kintsugi, il più bel messaggio delle cicatrici d’oro

Un’antica arte giapponese, il kintsugi, ci dona anche messaggi eco e bio. Ma soprattutto uno splendido messaggio simbolico per la vita.

Abbraccia il danno, non nascondere le incrinature, sfoggia le tue cicatrici. Nell’antica arte giapponese del kintsugi, che esalta con l’oro le crepe delle ceramiche rotte, si nascondono messaggi attualissimi.

Una cosa rotta può essere bella. Forse più bella di prima. Una ferita non deturpa, forse può far diventare più autentici, più preziosi. Ciò che si spacca, non si deve buttare. Ciò che è difforme dallo standard non è deforme, può essere sfoggiato con vanto.

Un’antica arte giapponese va ben al di là della mera tecnica, del gesto manuale, e arriva a toccarci in modo sublime e inaspettato nella nostra sfera personale, intima. Oltreché suggerirci messaggi ecologici e positivi, perfetti per inaugurare questo blog. L’arte è il kintsugi.

Kintsugi (金継ぎ), o kintsukuroi (金繕い), letteralmente vuol dire oro (“kin”) e riunire, riparare, ricongiungere (“tsugi”). La leggenda dice che un antico artigiano di cinquecento anni fa, dato che nessuno riusciva a riparare una preziosa tazza dello shogun Ashikaga Yoshimasa caduta in mille pezzi, decise di provare a saldarne artisticamente i frammenti con lacca urushi, ricavata dalle resine di un alberello velenoso, mischiata con polvere d’oro. Invece che nasconderne le fratture, le esaltò. Siamo nel periodo della nascita della cerimonia del tè (anche sadō o via del tè), dell’ikebana (anche kadō, via dei fiori), del teatro No, della pittura con inchiostro cinese – in cui era forte l’influenza del buddhismo zen, con una fioritura di arti dolci e poetiche. In realtà l’università di Oxford conserva alcune terrine cinesi riparate con lacca dorata della dinastia Song, di tre secoli prima. Comunque sia, la tecnica si è evoluta e oggi il kintsugi è praticato da maestri artigiani che per riparare una tazza e renderla un’opera d’arte possono impiegare anche un mese.

Il solo racconto di questi gesti ispira una sensazione di tenerezza e di partecipazione con nuovi significati che ne discendono a rivoli.

Quest’arte giapponese prescrive dunque l’uso di un metallo prezioso e luccicante per riunire i frammenti rotti di un oggetto dandogli un aspetto nuovo. Ne impreziosisce le fratture, invece che dissimularle. Ogni pezzo, con le sue crepe ramificate, diviene così unico, irripetibile. Dicendoci cosa?

Qualcosa ci suggerisce nel campo dell’ecologia. Prova a non buttare quel che si rompe, d’accordo. Qualcosina in più: se il risultato è storto, strano e brutto, se il frutto del tuo lavoro è difforme dalle regole, pazienza. Magari s’applicasse anche ai frutti della terra! Ricordate, l’Unione Europea voleva misurare col calibro le zucchine per metter quelle strambe fuorilegge. Invece no, più sono buffe e piccole, più sono buone. Comunque, non da buttare. Sarebbe interessante studiarne i risvolti nel campo del cibo, della cucina: immaginate una ricetta kintsugi.

Ma è nel campo della psicologia e della spiritualità che quest’ispirazione è portentosa. Accettare le imperfezioni. Abbracciare il danno. Distruggere per rinascere a nuova vita. Qualche artista se n’è accorto: Leonard Cohen in Anthem (1992) canta “dimentica la tua offerta perfetta, c’è una crepa in ogni cosa. È così che entra la luce”, in un album non a caso pubblicato mentre decideva di ritirarsi a vivere per cinque anni in un monastero zen sulle montagne di San Gabriel. O parliamo di resilienza? I colpi che la vita ti infligge diventano parte di te. Lasciano solchi, bene. Lasciano cicatrici, meglio: ci rendono unici e irripetibili. E se ti ferisci, se ti rompi, anche se finisci in mille pezzi, non buttare via nulla. Ricomponiti. Decora la tua sofferenza con la lacca urushi e l’oro. Sfoggiala, esibiscila. Al termine, sarai un’opera d’arte. Anche se ci volesse il tempo che ci mettono i maestri giapponesi. Ma anche di più.

 

by Stefano Carnazzi