07 settembre 2016

Mi piace chi usa il bike sharing, mi piace chi fa la spesa bio

L’economia circolare è una delle parole chiave del momento che viviamo, ed è foriera di tante buone novità. Così il cerchio si chiude: dalla spesa bio al bike sharing, dall’azienda agricola alla sharing economy.

Chi, come me, vive o lavora in una città grande e trafficata, ha sicuramente visto negli ultimi anni un aumento del brulichìo di persone che si spostano col bike sharing. Prendono in affitto da un punto all’altra della città una bicicletta messa a disposizione dal Comune o da una società concessionaria e vanno. Fanno bene, perché secondo una ricerca della Commissione europea, per gli spostamenti urbani sotto i 5 km il mezzo più veloce in assoluto è proprio la bici, più di motorini, microvetture, metrò di sorta. Quindi è la scelta più intelligente.
Certo, nel traffico, non tutti quelli che usano le due ruote sorridono gongolanti. Al semaforo, l’altra mattina, c’era anche una giovane ragazza con la sua bici gialla in affitto assai imbronciata. Ma forse solo perché era mattino presto. Al verde, è partita pedalando per la sua strada in un lampo, attraversando la mia. Secondo me, è una che va sempre al lavoro così (e sarà arrivata prima di me). Mi piacciono le persone che si muovono in bici in città invece che in auto, fanno bene a sé e all’ambiente. Mi piace che abbia avuto la freschezza, la bravura, l’impegno di iscriversi al bike sharing, che non costa molto ma comunque è una tessera in più. Che abbia scelto un mezzo alternativo, un servizio nuovo, basato sul concetto di condivisione e non di possesso. Che usi una cosa che si basa sulla civiltà dei tuoi concittadini, perché se le rubano, le sporcano, le rompono, poi non ce n’è più per nessuno.

I dati del bike sharing e della spesa bio

Dal 2008 hanno cominciato a nascere diversi servizi di bike sharing come a Bari, Parma e ovviamente Milano che cominciò già con 5.000 biciclette in ben 250 stazioni (ora sono 280, con anche bici a pedalata assistita, prelevabili 24 ore su 24). I dati in corso di elaborazione del rapporto dell’Osservatorio Sharing Mobility che sarà presentato a novembre, parlano di 120 mila iscritti per 12 mila biciclette a disposizione in Italia. Buona parte del mercato è concentrato nelle aree urbane di Milano, Roma e Torino ma il fenomeno si sta diffondendo a macchia d’olio in circa cento aree urbane.
Oggi, il Mezzogiorno fa più fatica a impiantare questi servizi rispetto al resto d’Italia. In particolare le regioni in cui si rileva una maggiore presenza sono Emilia Romagna, Piemonte, Veneto, Lombardia. In Italia ogni diecimila abitanti ci sono circa cinque biciclette in condivisione ma a Milano nel 2014 ne risultano il quintuplo (26), a Bergamo 21, a Brescia e Lodi 20,9. Brescia risulta una delle città meglio attrezzate. Bologna ha in tutto 250 biciclette. Firenze 225. Eccellenti i due casi provinciali del Trentino e della provincia di Reggio Emilia, la quale ha un servizio che comprende varie città dell’Emilia Romagna, cioè un ecosistema di bike sharing extraurbano (Piacenza, Parma, Reggio Emilia, Scandiano, Modena, S. Lazzaro di Savena (Bo), S. Giovanni in Persiceto (Bo), Ferrara, Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini).
Ho avuto un’intuizione. Secondo me, le città in cui è più vivo il bike sharing sono anche, per un parallelismo che avevo solamente ipotizzato e che invece potrebbe essere vero, le città col maggior numero di negozi, supermercati e acquisti bio, o comunque con la maggior densità. Nel nord Italia si concentrano i 2/3 degli acquisti. Tutte le città della Lombardia sono piene di botteghe e supermercati bio e vanno bene anche i prodotti da agricoltura biologica in vendita nei supermercati normali. L’Emilia Romagna vanta centinaia di punti vendita bio, diffusi in tutta la regione, senza concentrarsi solo nei grandi centri: da sempre il biologico in realtà come Ravenna, Reggio Emilia e Bologna è fortemente diffuso. Numeri comparabili anche in Veneto, dove spiccano per concentrazione Padova e Verona, e buona la presenza anche in Piemonte, Toscana e Friuli Venezia Giulia. Qui, nella classifica delle attività commerciali bio per densità di popolazione, vince il Trentino Alto Adige, proprio il Trentino di cui parlavamo prima. Che è anche primo per densità di e-commerce bio. Tranne i “buchi” di Verona, in cui il bike sharing funzionicchia così così mentre il bio va alla grande, e di Roma, in cui vergognosamente i due tentativi di impiantare un servizio funzionante sono falliti, le mappe si sovrappongono con una precisione appagante.

Il piacere dell’economia circolare

Naturalmente, questo legame è tutto da dimostrare, nella statistica. Ma è bello da pensare, in questa cornice dei blog ospitati da Alce Nero. Chissà se in una delle applicazioni più moderne dell’economia circolare, che prescrive il riuso e la condivisione di beni e servizi, cioè il bike sharing, non riverberi il ricordo di dove è nata la sharing economy: nelle aziende agricole, che riutilizzavano o riciclavano qualsiasi cosa che potesse essere riconvertito, che condividevano tutto, che non buttavano niente. Il cerchio si chiude.
Mi piacciono le persone che provano cose nuove. Mi piacciono le persone che, l’alternativa, la fanno diventare abitudine. Mi piacciono le persone che non si fanno problemi se c’è da smanettare un po’ su Internet. Mi piacciono le persone interessate al futuro della città che, anche inconsapevolmente, le fanno del bene.
Non è lo stesso identikit di chi entra in un negozio bio? Se ci pensate, è una scelta alternativa, che però è un’ottima abitudine. Per scegliere bio e di stagione, serve essere consapevoli e informati, serve saper leggere le etichette, serve sapere quale frutto è di stagione o no, saper approfittare delle nuove formule, voler provare nuovi prodotti.

by Stefano Carnazzi