03 agosto 2016

Olio di palma, tre cose che pochi sanno e una bella lezione

Indipendentemente da certificazioni vere o fasulle, da esperti veri e prezzolati, da verità esposte in conferenze autoreferenziali, tutti hanno cominciato a chiedere chiarimenti sull’olio di palma, a diffidare, a protestare.

L’interesse sull’olio di palma è esploso negli ultimi tempi. Cerchiamo di capire perché, svelando tre retroscena sospetti.

L’ondata di curiosità e di ripugnanza nei confronti dell’olio di palma è senza precedenti e, direi, inaspettata. A guardare i grafici delle ricerche su Google salta all’occhio un’impennata di ricerche del termine “olio di palma” a partire dall’anno scorso, come un sismografo con una vera scossa tellurica. Ho il sospetto che sia stata innescata dal Regolamento Cee 1169 che da fine dicembre 2014 ha reso obbligatorie le nuove etichette: maggiore leggibilità dei caratteri tipografici, allergeni ben in vista, origine delle carni e, qui casca l’asino, chiarezza sul tipo di grassi utilizzati. Così, dopo anni in cui si poteva serenamente – e legalmente – celarli sotto l’anonimo cappello “oli e grassi vegetali” tra gli ingredienti, abbiamo visto affiorare come gnocchi nell’acqua bollente le diciturine “olio di palma” ovunque, dalle merendine del supermercato ai prodotti da forno, dallo scatolame ai dolci.
Contemporaneamente, sono partite alcune roboanti campagne delle organizzazioni ambientaliste che denunciavano la deforestazione in Asia.
In più, si è sparsa la voce che l’olio di palma fa male in sé, alla salute (ha una percentuale di grassi saturi di circa il 50 per cento).
Questi elementi esplosivi, miscelati tra loro, hanno portato alla deflagrazione di quest’inusitata nuvola internazionale di diffidenza, di indignazione, di rifiuto. Solo in questi ultimi mesi ci sono state petizioni su Change.org, iniziative di mailbombing contro i produttori di biscotti, iniziative raffazzonate di marketing in risposta, mini-siti dedicati alle mamme preoccupate. Quanto sono fondate, queste preoccupazioni? Ci sono tre cose da sapere, prima.

Olio di palma. Tre cose che pochi sanno
Una. Che dall’Indonesia alla Malesia, dalle Filippine a Singapore ora, al posto di molte foreste primarie tropicali, sorgano piantagioni di palme, lo sappiamo. Pochi però sanno che nel 2004 hanno tentato di creare una certificazione (Roundtable on Sustainable Palm Oil, Rspo). Peccato però che non tenga conto né dell’uso di pesticidi né di erbicidi (lacune non da poco!), e che, a oggi, meno del 15 per cento delle 68 milioni di tonnellate annue di olio di palma abbia quest’etichetta. Insulsa.
Due. Prima deforestano, poi certificano. Rudi Putra è un biologo indonesiano, vincitore del Goldman Prize nel 2014 (una sorta di Nobel per l’ambiente). “Speriamo che la comunità internazionale non solo spinga per l’adozione dei principi Rspo – ci ha detto sinceramente durante un’intervista a LifeGate – ma che guardi anche a come ci si è comportati in passato per le piantagioni. Se prima distruggono le foreste e poi aderiscono ai principi Rspo, non possono ricevere un plauso, come se la deforestazione compiuta in passato non fosse mai avvenuta”.
Tre. Come si fa ad affermare che l’olio di palma fa bene ed è sostenibile, senza suscitare clamore? Si organizza il convegno durante una bufera. Infatti, il convegno mondiale sulla sostenibilità dell’olio di palma, l’European Palm Oil Conference 2015, l’hanno fatto a Rho (accanto a Expo 2015) il 29 ottobre (giorni di chiusura trionfale di Expo 2015). “Se questa conferenza e i suoi risultati fossero stati presentati al pubblico in una situazione di tranquillità mediatica – nota però giustamente, tra gli altri, l’immunologo Attilio Speciani su Eurosalus – avrebbero immediatamente scatenato le reazioni da parte del pubblico, dei blog, della rete e di tutti quelli che si occupano di alimentazione. Il fatto che i suoi risultati non siano stati praticamente segnalati da nessun organo di stampa, ne consentirà l’utilizzazione nei prossimi mesi ed anni come se fosse un dato pacifico e acquisito, mentre non lo è affatto”.

I produttori alimentari e l’olio di palma
Questi comportamenti non sono in sé illegali, ma denotano un’attitudine alla manipolazione, alla scorrettezza, poco rassicurante. Però, stavolta, il pubblico non sembra disposto a farsi manovrare. Indipendentemente da certificazioni vere o fasulle, da esperti veri e prezzolati, da verità esposte in conferenze autoreferenziali, tutti hanno cominciato a chiedere chiarimenti sull’olio di palma, a diffidare, a protestare.
Bene per i produttori, come Alce Nero, che quest’ingrediente non l’hanno mai usato. Bene per il pubblico e per l’ambiente. Cosa ci insegna questa vicenda? Che la favorevole combinazione di potenza dei social media, leggi più chiare, organizzazioni ambientaliste capaci di sano tempismo e mass media coraggiosi e responsabili, insieme, possono contribuire a far crescer la fame di consapevolezza. E a far passare quella per l’olio di palma.

by Stefano Carnazzi