21 Novembre 2018

Per una sharing economy di comunità

Nell’ambito della collaborazione con l’associazione culturale cheFare nata in occasione del percorso d’arte pubblica e partecipata Civic Media Art pubblichiamo un articolo di Letizia Chiappini sulla sharing economy e la differenza tra pratiche e retorica. È il secondo articolo di una serie iniziata con il racconto di Andrea Daniele Signorelli sulla prima festa che ci ha visti collaborare con cheFare.
Sul sito di cheFare è stata pubblicata una versione estesa dell’articolo, in forma di analisi critica.

La tecnologia crea nuove opportunità di auto-realizzazione e di autocoscienza – si pensi ai free-lance e alla classe creativa in generale: grazie ai dispositivi tecnologici, gli individui possono condividere non solo emozioni, immagini, contenuti, ma anche beni e prodotti mediante le piattaforme collaborative.

Ma nello stesso tempo le persone diventano più vulnerabili e meno rappresentate.

La logica economica
La tecnologia abbatte le distanze, ma mentre questo accade gli stili di vita, i modi di produrre e gli spazi del consumo che scegliamo di favorire possono creare polarizzazione e distanze “simboliche”.

L’etichetta sharing economy è divenuta un modo di dire, un dispositivo retorico che definisce una pratica economica avanzata, che può essere intesa come un disallineamento (disembedding) che distrugge i legami sociali tradizionali per accogliere nuove opportunità di mercato.

L’economia della collaborazione, o sharing economy, offre nuove opportunità di mercato e anche la possibilità di creare legami sociali in cui è la tecnologia a fare da mediatore. Si pensi a Couchsurfing, in cui si offre un posto per dormire a un utente che fa parte della stessa piattaforma, uno scambio basato su una forma di reciprocità.

Ora pensiamo ad Airbnb, in cui vigono le norme del mercato e la condivisione avviene per mezzo di una transazione economica tra utenti (peer) della stessa piattaforma. Il turismo è un settore in cui lo spazio della mercificazione si estende anche ai beni e ai prodotti delle località turistiche. Non solo dormo in hotel (o in una casa su Airbnb), ma visito la città, vado al museo, bevo una birra e consumo un pasto.

Non stupisce che Airbnb punti a diventare un’agenzia di viaggi globali. Potrà avere così più merci (o prodotti) a disposizione e guadagnare dalle intermediazioni tra provider, utenti e beni presenti nelle località turistiche. Ecco che le relazioni sociali diventano un prodotto il cui profitto finisce solo in piccolissima parte nelle mani degli utenti (gli host di Airbnb): il grosso è per la stessa Airbnb.

La retorica della Sharing Economy
Non condividere sembra antisociale in un’era in cui si condivide tutto, o quasi. Ma i giganti come Uber e Airbnb si dimenticano di condividere il profitto. O meglio, agiscono in un’ottica di distribuzione e non di redistribuzione. Ridistribuire significa letteralmente riassegnare le risorse a chi ne possiede meno.

Il paradigma sharing però non va inteso solo come strumento di marketing, ma anche come pratica per progetti che non hanno davvero a che fare col mercato, fondati sulla reciprocità all’interno di una comunità. In alcuni casi le pratiche collaborative si sviluppano al di fuori delle logiche di mercato e pongono l’accento sullo scambio di beni, servizi e competenze tra individui, senza scopo di lucro. La banca del tempo è uno degli esempi più noti. Talvolta, questi progetti implicano l’uso di valute alternative e complementari, come il Sardex in Italia.

Aziende come Airbnb e Uber vogliono essere definite “icone dell’economia della condivisione” proprio perché la parola sharing, o condivisione, contiene già di per sé un’accezione positiva. Un po’ come è accaduto al termine città intelligente. Quale città vuole essere definita stupida? Tutte concorrono per divenire smart cities.

Le piattaforme digitali per il turismo urbano, come Airbnb, non solo hanno modificato la relazione tra i turisti e i residenti, ma hanno portato trasformazioni rapide e impreviste in tante importanti città in tutto il mondo.

Non è sufficiente sapere che un numero ridotto di persone integra il proprio reddito affittando la casa, ogni tanto, su Airbnb. Uno sguardo critico dovrebbe evidenziare il potenziale riassetto delle classi sociali a scala urbana: quali sono i gruppi sociali e le forme di agency che partecipano e subiscono gli effetti dell’attività di affitto di Airbnb? Esistono nuovi intermediari? Chi vince e chi perde in questa partita? Chi ne beneficia e chi rimane escluso? I lavori di Giovanni Semi, che vanno in questa direzione, tentano di offrire delle risposte.

La logica sociale
La spinta della condivisione può generare azioni collettive e forme di dissenso credibili e radicate per prevenire la deriva della sharing come moltiplicatore di disuguaglianze? Le pratiche che tendono alla de-mercificazione riescono a garantire le protezioni sociali che lo Stato sociale fa mancare? Quale impatto sociale può avere la tecnologia impiegata nell’economia collaborativa?

Se da una parte ci sono Uber, Airbnb, Foodora, etc., quali sono le pratiche che invece cercano di ricomporre il tessuto sociale, favorendo l’inclusione e la coesione sociale? Il concetto di welfare collaborativo, così come il welfare aziendale, è una risposta alla crisi del welfare tradizionale, alla ritirata dello Stato e del settore pubblico come fornitori dei servizi assistenziali, di cura e del benessere più in generale. In quest’ottica, la tecnologia diventa uno strumento a favore della creazione di reti dal basso che coinvolgono attivamente cittadini, associazioni, sindacati. Insomma, un connubio tra innovazione sociale e tecnologica, in cui il principio dirimente pare essere quello della de-mercificazione.

Milano e Amsterdam, così come Barcellona con la piattaforma per i cittadini En Comú, sono delle fucine per la sperimentazione di nuove pratiche collaborative. Un esempio è il progetto Fairbnb, nato ad Amsterdam, che opera secondo un principio cooperativo e ridistributivo. Una piattaforma che tende a non creare strutture gerarchiche ed estrattive. In pratica, è un servizio di alloggi a breve termine, i cui proventi vengono reinvestiti in progetti locali attraverso un sistema di crowdfunding civico via blockchain. La comunità che ha ideato il progetto è composta da attivisti, coder, ricercatori e designer. Dopo aver costruito una rete di partner internazionali, il progetto è ora in una fase di sperimentazione pubblica che coinvolge consulenti, esperti di smart city e residenti.

Un secondo caso interessante sono le reti come Commonfare.net, parte di un progetto europeo in cui collaborano partner italiani, croati e olandesi. L’idea è creare maggiore consapevolezza collettiva rispetto alle possibilità di un welfare alternativo, con l’obiettivo di rendere accessibili le disposizioni esistenti sul benessere statale, condividere pratiche mutualistiche e promuovere la rete e la collaborazione tra persone in diversi luoghi e paesi in Europa. In seno a questa filiera, sono state presentate iniziative come il commoncoin di Macao a Milano, le cripto-valute di Dyne.org e il progetto promosso da Effimera sul reddito di base (BIN Italia). Un ultimo esempio è il progetto OpenCare, parte della cordata di progetti europei Horizon2020, e in particolare l’iniziativa OpenRampette. WeMake (maker lab), insieme al Comune di Milano, si è impegnato per abbattere le barriere architettoniche e migliorare l’accessibilità degli esercizi commerciali presenti in città che non dispongono di rampe e scivoli adeguati per l’accesso ai negozi.

Questa azione di co-progettazione ha coinvolto diverse comunità (es. disabili e commercianti), ponendosi l’obiettivo di offrire un servizio grazie alle potenzialità della fabbricazione digitale. L’integrazione e l’inclusione dei gruppi sociali più deboli riguarda anche i migranti, così sia a Milano che ad Amsterdam si trovano iniziative come ResQ (rescue-care-refugees) e Hack your Future, il primo facilita la comunicazione tra operatori di cura e migranti, il secondo offre formazione ai migranti e skill (es. coding).

Questi progetti citati possono rappresentare un’alternativa alla logica di sfruttamento che la sharing economy, con le sue vesti attuali, perpetra nella società contemporanea.

Articolo di Letizia Chiappini per che-Fare

by che-Fare