29 marzo 2017

Perché nel deserto del Sahara si tiene una maratona tra i campi profughi

Nei campi profughi di Tindouf, in Algeria, si è tenuta la Sahara Marathon, un evento sportivo che ha permesso di dare visibilità alla storia dei sahrawi, un popolo fantasma del deserto cacciato dalla propria terra.

Il 28 febbraio si è tenuta la Sahara Marathon, la maratona giunta alla diciassettesima edizione che si svolge tra i campi profughi di Tindouf, in Algeria. I partecipanti sono stati oltre 450 da 25 Paesi in tutto il mondo. In questi campi vivono da più di 40 anni i sahrawi, un popolo del deserto cacciato dalla propria terra, il Sahara Occidentale, per mano dell’esercito marocchino e in attesa di poter vedere riconosciuto il suo stato: la Repubblica Araba Democratica Sahrawi (Rasd). I campi sono ormai delle città che però dipendono totalmente dagli aiuti umanitari internazionali per l’approvvigionamento di cibo, acqua e medicine.

La Rasd, infatti, è l’ultimo Paese africano a non essere stato ancora liberato dal giogo della colonizzazione europea nonostante la Spagna si sia ritirata da quei territori nel lontano 1967. E la richiesta dei sahrawi è sempre la stessa: che si svolga un referendum libero e democratico, d’accordo con il Marocco e le Nazioni Unite. Una consultazione popolare che possa risolvere la questione una volta per tutte e chiudere per sempre il processo di decolonizzazione africana.

Per l’occasione ho avuto il privilegio di ascoltare i racconti di Khandoud Hamdi, rappresentate del Fronte Polisario – il fronte militare del popolo Sahrawi – per il nord Italia che mi ha raccontato come la maratona rappresenti un momento unico nell’arco dell’anno che ha il merito di dare visibilità alla causa sahrawi altrimenti dimenticata dalla comunità internazionale. Per una settimana donne e uomini da ogni parte del mondo, professori e politici, musulmani e cristiani, vivono, mangiano, pregano, dormono nelle tende insieme alle famiglie rifugiate.

Lo sport come strumento di sensibilizzazione
“L0 sport è sempre stato uno strumento per avvicinare i popoli, ma è anche un modo per far arrivare alla comunità internazionale il nostro messaggio, la nostra battaglia, la nostra lotta”, mi ha detto Hamdi. La maratona come esempio di pace e convivenza tra i popoli, dunque. Ma anche gli atleti rimangono folgorati dall’esperienza sportiva e umana che ha come sfondo il deserto dell’Hamada du Draa, un luogo spesso equiparato a quanto più si avvicina a un ambiente alieno sulla Terra.

“Esperienza durissima ma incredibile! Il vento, le dune e poi il caldo infernale, tutto sopportabile grazie ai bambini dei campi profughi che ti seguono tra le tende prendendoti per mano”, ha commentato nella foto pubblicata su Instagram Enea Roveda, amministratore delegato di LifeGate, che ha partecipato all’ultima edizione della maratona.

La battaglia del Fronte Polisario e dei sahrawi è la dimostrazione di come i popoli possano essere dimenticati, abbandonati a loro stessi, senza terra. Soprattutto quando gli interessi in gioco non sono abbastanza alti da suscitare indignazione nel mondo Occidentale. Un altro rischio è di essere lasciati nelle mani di governi poco inclini al rispetto dei diritti umani. Quello che ho imparato, però, è che esistono ancora persone che, nonostante tutte le violazioni e i soprusi subìti, pensano ancora che gli obiettivi si possano raggiungere senza usare le armi, semplicemente sfoderando la diplomazia e aprendosi verso gli altri.

by Tommaso Perrone