28 Novembre 2018

Quale futuro per l’Amazzonia con Jair Bolsonaro presidente del Brasile

Il presidente eletto sembra aver dato nuova linfa alla deforestazione dell’Amazzonia e ai nemici dell’ambiente, non solo brasiliani. Eppure difendere il polmone del Pianeta ci riguarda tutti. Perché da questo dipende il futuro della nostra specie.

Se il buongiorno si vede dal mattino, per la foresta amazzonica l’anno che verrà rischia di trasformarsi in un incubo senza fine. Non è ancora salito al potere, ma gli effetti dell’elezione di Jair Bolsonaro a presidente del Brasile sembrano già visibili. O almeno, così è secondo Greenpeace che ha fatto notare un aumento considerevole della deforestazione nell’ultimo anno. Nel solo mese di settembre 2018, in pieno periodo di campagna elettorale, sono stati rasi al suolo legalmente 444 chilometri quadrati di foresta, con un aumento dell’84 per cento rispetto al settembre dell’anno precedente. Per un totale di 4.859 chilometri quadrati di foresta spariti nei primi nove mesi del 2018. Si tratta del tasso di deforestazione più alto degli ultimi dieci anni.

E tutto questo per vie legali. Cioè senza tenere conto dei criminali che tagliano e vendono alberi “clandestinamente” e che negli ultimi mesi hanno rialzato la testa, forti delle parole di quello che sarebbe poi diventato il presidente eletto dai brasiliani. Bolsonaro – da buon leader dell’ultradestra populista – sembra non accontentarsi di favorire le lobby che vorrebbero radere al suolo l’Amazzonia per far spazio ad autostrade, a distese infinite di campi agricoli o per far spazio allo sfruttamento di risorse tanto rare quanto preziose.

No, Bolsonaro punta più in alto nello smantellamento del sistema di protezione dell’ambiente. Bolsonaro ha promesso di togliere la tutela alle terre degli indigeni, aprendole così allo sfruttamento; ha annunciato di voler eliminare il ministero dell’Ambiente per fonderlo con quello dell’Agricoltura; ha detto di voler cacciare dal paese ong internazionali del calibro di Greenpeace e Wwf. E poi, come ciliegina sulla torta, ha dichiarato di voler seguire le orme del suo collega americano Trump ritirandosi dall’Accordo di Parigi sul clima. Un gesto che metterebbe in grave pericolo il polmone del Pianeta nonché il più grande deposito naturale di CO2 al mondo che, senza protezione, potrebbe trasformarsi nella più grande fonte di emissioni. Da alleato naturale a nemico artificiale.

Guai, però, a gettare la spugna. L’Amazzonia è uno scrigno prezioso non solo per l’habitat in sé, per la biodiversità, per l’ossigeno e il cibo che garantisce a tutte le specie che vi abitano, ma anche per l’influenza che ha sull’intera regione. Dall’Amazzonia dipende la quantità di precipitazioni che cadono sull’intero continente sudamericano. Anche in quelle aree dove l’agricoltura e l’allevamento intensivi sono già una realtà e fanno macinare profitti milionari alle multinazionali, a scapito delle comunità locali.

Difendere l’Amazzonia, dunque, è un obiettivo collettivo, che non dovrebbe dividere, bensì unire. Lo hanno dimostrato i recenti eventi meteorologici estremi – dalle alluvioni agli incendi – che hanno colpito tutti, senza “discriminazione”, senza guardare in faccia allo status, al ceto sociale delle popolazioni colpite.

Greenpeace non ha dubbi: non c’è alcun bisogno di aumentare la deforestazione per far fronte all’aumento della popolazione e, quindi, al fabbisogno alimentare. Si può aumentare la produzione agricola brasiliana senza disboscare altri terreni. Si può raggiungere l’obiettivo “deforestazione zero” investendo sull’agricoltura tradizionale, cioè biologica. Un’agricoltura senza pesticidi o altre sostanze che uccidono la produttività, che sterilizzano il suolo, che inquinano il territorio. Un’agricoltura di qualità che sappia raggiungere, ma soprattutto mantenere un equilibrio tra la foresta e chi la abita. Esseri umani compresi.

by Tommaso Perrone