19 luglio 2017

Sul glifosato, vale il principio di precauzione. C’è in gioco il futuro dei nostri figli

Mentre la petizione lanciata per vietare il glifosato sui terreni europei ha superato il milione di firme necessarie, arrivano i risultati di un’indagine fatta su 14 donne incinte.

Le varie ricerche portate avanti sull’erbicida più diffuso al mondo, il glifosato, portano tutte alla stessa conclusione: c’è bisogno di ricerche ed evidenze scientifiche. Fino ad allora deve valere il principio di precauzione.

Cos’è il principio di precauzione?
Il principio di precauzione è la necessità di agire per salvaguardare l’ambiente e la salute quando le minacce sono evidenti, ma non c’è ancora la certezza scientifica. Prevede che un prodotto potenzialmente pericoloso possa essere escluso dal mercato. Per questo la Commissione europea, in passato, ha rinviato il rinnovo dell’autorizzazione dei diserbanti contenenti glifosato perché gli studi scientifici non sono concordi nel ritenerlo sicuro. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (International Agency for Research on Cancer, Iarc) che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) lo ha definito “probabilmente cancerogeno”.

La ricerca volontaria su 14 donne incinte
A maggior ragione, tale principio dovrebbe essere invocato dopo i risultati dell’iniziativa italiana, lanciata dalla rivista Il Salvagente in collaborazione con l’associazione A Sud. Quattordici donne in stato di gravidanza hanno deciso volontariamente di verificare se e quanto siano esposte al glifosato. Le donne sono residenti a Roma, quindi apparentemente non a contatto diretto con i vasti campi agricoli dove l’erbicida viene usato regolarmente.

Le tracce di glifosato sono state riscontrate in tutte le future mamme con valori che vanno da 0,43 nanogrammi per millilitro di urina fino a 3,48 nanogrammi. Dati che non è possibile giudicare in modo chiaro tali perché la legge ancora non prevede una quantità massima consentita.

“Il glifosato non dovrebbe mai essere presente nel nostro organismo”
Ma secondo quanto riportato dal Salvagente, è evidente che “il glifosato non dovrebbe mai essere presente nel nostro organismo, tanto meno in quello dei nascituri”. Almeno fino a che non venga accertato che sia innocuo, per la salute degli esseri umani e dell’ambiente. Non è la prima volta che questo tipo di analisi viene condotto su donne incinte. Uno studio pilota è stato condotto nel 2014 negli Stati Uniti e ha trovato alte concentrazioni di glifosato nel latte materno e nelle urine, dimostrando per la prima volta che l’erbicida si accumula nel corpo umano.

“Se non si cambia rotta nessuno può sentirsi al sicuro. Né può pensare che lo siano i propri figli, neppure se non hanno ancora visto la luce”, ha spiegato Riccardo Quintili, direttore del mensile il Salvagente. “Tra le tante cose da cambiare c’è anche l’atteggiamento di chi dovrebbe istituzionalmente difendere i consumatori e invece spesso si macchia di conflitti d’interesse che ne ottenebrano il giudizio”.

La presenza di tracce di glifosato nelle urine delle future mamme sarebbe imputabile, tra le altre cose, all’alimentazione. L’erbicida, infatti, è stato trovato in pasta, pane e altri prodotti a base di farina, come già fatto notare da un’altra analisi del 2016 su 100 cibi (acqua potabile inclusa) della stessa rivista Il Salvagente. Inclusi alimenti derivati visto che l’85 per cento dei mangimi utilizzati negli allevamenti intensivi contengono mais, soia e colza geneticamente modificati per resistere al glifosato.

Per tutti questi motivi il successo dell’iniziativa dei cittadini europei (Ice) per chiedere alla Commissione europea di proporre un atto legislativo per vietare l’erbicida glifosato è una notizia da festeggiare. 1,3 milioni di persone hanno firmato. E ora non c’è più tempo, né spazio per l’indecisione. O peggio, per l’indifferenza.

by Tommaso Perrone