09 maggio 2017

Tutti noi guideremo un’auto elettrica

Le ricadute positive sull’ambiente, sulla mobilità, sul concetto stesso di stile di vita. Analogie con l’evoluzione dell’alimentazione.

Non solo elettriche. Ma ibride, plugin, extended range e forse a idrogeno. Non solo auto, ma anche scooter, furgoncini e perfino tricicli intermodali come quelli che stanno sperimentando a Grenoble, in Francia. È un’inarrestabile ondata, quella dei veicoli elettrici, sulle strade d’Italia e di tutto il mondo. Stanno scalando posizioni in tutte le classifiche, correndo gran premi (Formula E), conquistando il mondo.

In Italia le auto a propulsione alternativa sono il 7,5%, in crescita costante da anni, e non c’è casa automobilistica che non ne proponga diverse versioni in listino, dalle utilitarie alle sportive. La prima casa automobilistica giapponese a investire sull’ibrido (le auto metà elettriche e metà a benzina) è diventata la più grande a livello mondiale. Quella fondata da Elon Musk, che produce solo vetture elettriche, ha appena sbancato Wall Street: con un valore azionario di 51 miliardi di dollari ora è il primo costruttore automobilistico americano per capitalizzazione e supera vecchi colossi come Ford e General Motors. Merito anche della crescente fiducia nella mobilità elettrica.

Eppure, costano un po’ di più, ci vogliono ore per ricaricarle e hanno ancora qualche limite di autonomia. Quali sono i motivi che spingono governi, enti, istituzioni, aziende e anche molti di noi a investire su questo tipo di veicoli puliti? Contano, secondo me, consapevolezza, ottimismo, e anche un pizzico di vanità.

L’ambiente e la mobilità
Innanzitutto, stiamo parlando di elettrificazione progressiva. Siamo ben lontani dalle Panda elettriche degli anni ’80 biposto, con l’intero divano posteriore occupato da pesantissime batterie al piombo, 100 km di autonomia e 70 km/h di velocità massima a stento. Le moderne auto hanno diverse, fenomenali formule tecnologiche per affiancare e integrare la propulsione elettrica a quella normale, e si va verso una sempre maggiore quota elettrica. Insomma, probabilmente quasi tutti i veicoli avranno almeno una puntina d’elettricità dentro. I prossimi modelli in commercio vantano percorrenze, con un pieno d’elettricità, oltre i 400 km, come quelle attuali a benzina. Abbiamo calcolato che già guidando un’auto ibrida invece che un’auto media, un italiano può evitare 500 kg di emissioni di CO2 ogni anno… quindi figuriamoci con un’elettrica.

A chi obietta che comunque per produrre energia elettrica si inquina, si risponde citando il fatto che la quota di rinnovabili nel mix energetico italiano sta anch’essa crescendo: quindi le emissioni inquinanti di un Zev (si chiamano Zero Emission Vehicle) saranno sempre inferiori. Con sempre meno smog in città. Un tipo di mobilità che si chiama, difatti, dolce.

Ma c’è perfino un pizzico di vanità nella scelta di un’auto elettrica
C’è un pionieristico articolo del New York Times del 4 luglio 2007 in cui ci si chiedeva “Perché la Toyota Prius gode di tanto successo, con vendite oltre le 400.000 unità negli Stati Uniti (dieci anni fa esatti, NdR) mentre tutte le altre ibride faticano a trovare compratori? Forse perché chi compra una Prius ci tiene a far sapere a tutti che sta guidando un’ibrida”. Sembrava un ferro da stiro.
Ma la forma goffa, possibile handicap, è divenuta paradossalmente un simbolo riconoscibile della tecnologia pulita, cosa che alle concorrenti non succedeva dato che erano uguali alle sorelle a benzina, meste berlinette a tre volumi. Era una sorta di manifesto su quattro ruote.
Qui sta una delle chiavi del successo dei veicoli ecologici. Rendono manifesta la nostra scelta, per disseminarla, per diffonderla. Il che mi ricorda molto il piacere, un po’ vanesio, di andare a comprare cibo bio.

Il ritratto di chi acquista un’auto elettrica è uguale a quello di chi acquista bio
Già dieci anni fa Scarborough Research notava che i possessori di auto ibride in America sono “più vicini del resto della popolazione a un reddito di 100.000 dollari all’anno, votano democratico, hanno una laurea, sono informatizzati, lavorano con le e-mail, sono fruitori delle nuove tecnologie telefonini con funzioni avanzate, lettori MP3 e camere digitali”. Auto scelte dagli opinion leader, ieri come oggi. Un ritratto già allora sorprendentemente affine al cliente ideale di un negozio bio e che si conferma omogeneo: interessi culturali, attenzione per la salute, l’ambiente e l’innovazione, attitudine critica e capacità di riflessione, di pensare, di scegliere sensatamente.

Quante analogie con il biologico!

Le auto ecologiche suggeriscono un diverso modo di intendere i gesti quotidiani, uno stile di vita più armonioso, una guida più dolce. Non si sgasa al semaforo. Richiedono di ripensare le aree di sosta, di mettere colonnine di ricarica ovunque, di favorire il car sharing perché le vetture condivise sono spesso ecologiche o elettriche. Rispettano l’ambiente e a lungo andare miglioreranno la salute delle nostre città.

I cibi bio sono un po’ più cari. Rispettano l’ambiente. Migliorano la salute. Sono prodotti con cura, in filiere attente e controllate. Bisogna andare a cercarli in luoghi appositi, scaffali, supermercati o produttori. A volte sono un po’ ammaccati, e giammai lucenti di paraffine, polietilene, ortofenilfenolo o tiabendazolo – anche qui, un possibile handicap che si tramuta in punto di forza. Chi li sceglie lo fa per la salute, per l’ambiente, certamente, ma non c’è fors’anche un pizzico di orgoglio e di gratificazione per la consapevolezza d’aver fatto qualcosa di visibilmente buono? Sì. Direi, mutuando i termini impiegati dal New York Times, che chi compra bio ci tiene a farlo sapere a tutti. E mi pare anche giusto.

by Stefano Carnazzi