12 luglio 2017

Come avere un fisico da spiaggia

Chi decide se stiamo bene in costume da bagno? Una incoraggiante serie di recenti campagne basate su grafiche taglienti e messaggi provocatori può farci riflettere, positivamente, sul nostro corpo, la nostra salute, la nostra alimentazione.

Eccoci al mare, in spiaggia, tra amici e amiche, con la famiglia, coi nostri feed social in cui scorrono infinite foto di conoscenti sorridenti in costume da bagno. Come ogni anno, alcuni avranno tentato diete improbabili dopo una prova costume, andata bene o male. E qui c’è il dilemma. Chi decide se stiamo bene in costume da bagno?

Mettiti il bikini. Porta il tuo corpo in spiaggia. Fatto
Un recente post di Freeda sintetizza in modo eccellente il pensiero più positivo che abbia mai trovato sul tema.

(via Freeda)

Le campagne di informazione e di sensibilizzazione sul tema toccano corde molto intime e delicate, quindi è facile sbagliare, essere fraintesi o addirittura urtare la sensibilità e danneggiare i già tenui meccanismi di autodifesa delle persone più fragili. Alcuni casi lo dimostrano.

La splendida serie di immagini di Carol Rossetti
Carol Rossetti è una donna, una designer brasiliana che con il progetto ‘Donne’ avviato nel 2014 ha voluto mostrare che gli stereotipi femminili non sono altro che parole al vento. Con una serie di cartoline illustrate, anche tradotte in italiano, russo, arabo e spagnolo, vuole far parlare delle donne e delle loro scelte, a volte viste con occhi sospettosi, maligni, convenzionali; ma le donne devono sapere che la loro vita appartiene solo a loro e non devono rientrare in stereotipi femminili che ne abbattano la loro dignità.

Carol Rossetti attraverso le sue cartoline illustrate fa parlare le donne e le loro scelte. (via Carol Rossetti)

“Joanna sta veramente bene ora che ha realizzato che non è necessario che cambi il suo corpo per sentirsi bene”. “Jessica, il tuo corpo non è qui per ‘essere amato dai veri uomini’. Non devi fare niente per piacere agli altri, ma solo a te stessa”. “Whitney, non devi consentire che modelli esclusivi e discriminatori si interpongano tra te e la felicità. Tutti sono titolari di rispetto di sé”. E “Mariana, il tuo corpo non è un ornamento fatto per compiacere il pubblico. Vai in spiaggia esattamente come vuoi. Coloro che non approvano, faranno il piacere di guardare da un’altra parte”.

Questa campagna ha suscitato molti apprezzamenti. Forse anche perché la battaglia per il rispetto di Carol Rossetti è molto ampia e vuole includere tutti, tanto è vero che le situazioni ritratte possono benissimo essere anche vissute dagli uomini.

Il ‘No diet day’ internazionale
Ad avere l’idea di una giornata in cui tutti mettono da parte le preoccupazioni per le calorie l’ha avuta nel 1992 Mary Evans Young, una ragazza inglese ex anoressica, fondatrice dell’associazione ‘Diet Breakers’. “Ho deciso di passare all’azione – racconta in uno dei suoi libri – dopo aver visto un programma televisivo in cui delle donne si sottoponevamo a interventi chirurgici per ridurre il peso, e dopo aver saputo che una ragazza di 15 anni si era suicidata perché la prendevano in giro perché grassa”.

Gli obiettivi dichiarati della giornata, che è il 6 maggio di ogni anno, sono l’accettazione del proprio peso, la sensibilizzazione sulle discriminazioni a cui va incontro chi è sovrappeso, la consapevolezza della probabilità che le diete falliscano. Serve a promuovere uno stile di vita salutare e mettere in guardia contro i pericoli delle diete improvvisate.

“Tutto quello che concerne il No Diet Day è giusto, eccetto il fatto che duri solo 24 ore. Un giorno senza contare le calorie serve ma non è abbastanza. Molte diete sono ridicole – scrive Caroline Corcoran sul The Indipendent – ci fanno sentire arrabbiati, ossessionati dal cibo e non ci fanno dimagrire comunque, o meglio l’effetto non dura oltre una manciata di settimane e questo ci fa sentire ancora più male”.

Il caso #ImNoAngel
Una casa produttrice di lingerie ha lanciato nel 2015 una campagna pubblicitaria che ritraeva modelle un po’ più formose con il provocatorio hashtag #ImNoAngel.

La campagna era in speculare contrapposizione a quella di Victoria’s Secret e del suo ideale di corpo “d’angelo” rappresentato da modelle alte, longilinee, filiformi e quasi scheletriche. Le foto hanno fatto il giro del mondo e suscitato un ampio, costruttivo dibattito, ma quella negazione, quel “noi non siamo angeli” secondo alcuni potrebbe aver banalizzato il tutto. Il fine dovrebbe essere sempre d’inclusione, non di esclusione. Nei commenti sotto alle foto di bellezze curvy o di modelle regolari ogni volta abbondano epiteti come “obese”, “questo non è sano”, “malate”, “balene”, e sull’altro versante “anoressiche”, “scheletriche”, “le ossa sono per i cani”. Comunque, è stato un contributo per accendere un dibattito ancora molto intenso. Una grande casa produttrice di saponette e creme ha lanciato la sua campagna “Bellezza autentica”, in cui raccoglie storie di donne molto diverse una dall’altra. A me sarebbe piaciuta anche l’idea di un #WeAreAngelsToo, o, ancora di più, un #IAmMe, senza etichettare nessuno. Io sono io.

L’immagine del corpo
Ricevere commenti e sentirsi feriti e sconfitti dipende anche da come si vive la propria immagine.

Se si decide di adottare uno stile di vita più salubre, un’alimentazione equilibrata, ricca di frutta e verdura, orientata al bio, alla freschezza, alla leggerezza, alla ricchezza nutrizionale, la decisione deve essere serenamente presa per sentirsi meglio con sé stessi, sempre, e non per andare in spiaggia. Perché così tante persone odiano il proprio corpo? È quasi un’epidemia.

Il nostro corpo è lo strumento per entrare in relazione con gli altri, con il mondo circostante, perché ci permette di maturare, far sbocciare ed esprimere le emozioni, sensazioni corporee come le farfalle nello stomaco, le lacrime, il rossore in volto. Accoglierlo così forse è un modo per restare centrati su di sé e non delegare a nessun altro la misura del nostro valore.

(Immagine in copertina via Freeda)

by Stefano Carnazzi