16 agosto 2017

Da dove vengono la pasta e il riso che mangiamo

Finalmente ora è possibile sapere dove vengono coltivati, lavorati e confezionati il riso e la pasta che mangiamo. Un decreto ha posto l’obbligo per tutti i pacchi in vendita in Italia. Ma per molti lettori di questo post, questa novità è la normalità.

Massima trasparenza per tutelare i fruitori e i produttori di pasta e di riso. È questo l’obiettivo dei due decreti del governo che prevedono l’introduzione in etichetta dell’origine del riso e del grano con cui viene fatta la pasta che troviamo sugli scaffali di negozi e supermercati. Un progresso fortemente voluto dai ministri dell’Agricoltura (Maurizio Martina) e dello Sviluppo economico (Carlo Calenda) tanto da portarli ad anticipare, almeno in via sperimentale, l’entrata in vigore del regolamento europeo in materia.

C’è chi lo ha sempre fatto in modo naturale
Un passo avanti che fa adeguare anche i produttori industriali portandoli a essere onesti e trasparenti, grazie a quello che si potrebbe definire un semplice atto di buon senso verso chi compra questi prodotti. Un’accortezza – quella di indicare in etichetta l’origine del grano e il luogo di confezionamento della pasta – che realtà come Alce Nero fanno già, senza bisogno di leggi particolari. I due decreti ricalcano la norma in vigore da aprile per i prodotti lattiero-caseari che prevede che l’origine delle materie prime, quali latte, burro, yogurt, mozzarella, formaggi e latticini a base di latte vaccino, ovicaprino, bufalino e di altra origine animale, venga scritta in modo “chiaro, visibile e facilmente leggibile”.

Come faccio a capire da dove arrivano pasta e riso?
In pratica, ora le cose stanno così: sulle confezioni di pasta secca prodotte in Italia va indicato in etichetta il Paese di coltivazione del grano e quello dove è stato macinato. Sul riso, invece, ci deve essere il Paese di coltivazione, di lavorazione e di confezionamento. Poi, se la coltivazione e la macinatura avvengono in più Paesi europei allora la dicitura sarà “Paesi Ue”, se avvengono sia in Paesi comunitari che non comunitari allora si troverà “Paesi Ue e non Ue”. Infine, se queste operazioni avvengono fuori dall’Unione europea la dicitura sarà “Paesi non Ue”.

C’è poi un’opzione in più. Facciamo finta che un pacco di pasta sia stato prodotto con più di metà di farina prodotta in Italia e la parte restate con farina fatta altrove. In questo caso la dicitura sarà “Italia e altri Paesi Ue” o “Italia e altri Paesi non Ue” a seconda della provenienza della farina non italiana. Tutte queste informazioni devono essere ben visibili, leggibili e indelebili. Ovviamente, non tutti sono d’accordo e molti produttori che hanno sacrificato la qualità per la quantità storcono il naso. Al contrario è felice chi ha pochi interessi da difendere se non quello di costruire la fiducia attraverso la trasparenza garantendo il meglio per chi quel prodotto lo paga, lo cucina con cura e lo gusta fino all’ultima forchettata.

by Tommaso Perrone