27 Gennaio 2020

Il fallimento come punto di partenza per una vita consapevole e serena

Elogio del fallimento, perché sbagliare fa bene è un libro del 2019 di Francesca Corrado  che mi ha incuriosito subito e che intercetta un trend molto sentito – specie nei paesi anglosassoni – che riguarda l’importanza di fallire e ripartire.

Quando ho letto le prime interviste all’autrice che ha fondato anche una scuola di fallimento, mi sono detta che finalmente si comincia a parlare degli errori non come qualcosa da demonizzare ma come potenziale da guardare, scomporre e analizzare per ripartire meglio.

Che significato attribuiamo al fallimento?

Dal punto di vista professionale il fallimento è sempre percepito come qualcosa di cui vergognarsi: se fallisci non hai avuto una buona idea, se fallisci non sei stato abbastanza bravo. Recentemente ho fatto una scelta superficiale e mi sono imbarcata in una collaborazione professionale che lanciava fin da subito campanelli d’allarme. Ho messo a tacere la sveglia che mi tiene all’erta e ho pensato che l’esperienza mi avrebbe sostenuta e avrebbe fatto andare tutto bene: non è stato così e anzi, sono diventata il capro espiatorio di un percorso mal progettato. Mi sono sentita malissimo: potevo evitare quella situazione (che mi era chiara fin da subito) e potevo evitare di metterci la faccia e perdere tempo. Potevo – soprattutto – evitare critiche ingiuste nei miei confronti.

Per un po’ l’ho vissuta molto negativamente e poi mi sono detta che quel fallimento conteneva tutti i germi per imparare qualcosa.

• Non ho ascoltato l’istinto perché lo ritengo il figlio meno nobile della razionalità e invece è un ottimo alleato, specie se hai già accumulato un po’ di esperienza.
• Mi sono lasciata trascinare dalla mancanza di chiarezza degli altri e così ho contribuito alla mancanza di chiarezza anche io, adeguandomi a un contesto che invece non era il mio.
• Sono stata superficiale e paurosa: a volte occorre credere nelle proprie scelte e imporre la propria autorevolezza.

Ho sbagliato. Punto. Alla fine è il risultato che conta è anche quanto da quell’errore possiamo imparare. Dopo aver pianto qualche giorno sul latte versato, mi sono rialzata in piedi e ho messo a frutto tutto:

• Ho iniziato a essere molto chiara (a costo di sembrare antipatica) su dubbi e criticità.
• Valuto sempre tutte le alternative che ho per semplificare e non per aggiungere complicazione.
• Punto alla concretezza e a pochi obiettivi ma ben definiti: a volte siamo i primi a pretendere da noi stessi di arrivare oltre, mentre le persone cercano solo qualcuno che sia utile.

A livello personale ho potuto riflettere molto sul fallimento della relazione perché mi sono separata un anno e mezzo fa. Le relazioni che finiscono sono sempre percepite come uno sbaglio.
E se lo sbaglio fosse pensare che i parametri con cui ti imbarchi in una storia d’amore rimangano immutabili così a lungo, da prescindere dalla fine?

La fine non è necessariamente fallimento di qualcosa ma compimento e nuovo inizio e se cominciamo ad accettare il fatto che tutto ha una fine, possiamo vivere meglio il nostro viaggio di condivisione con gli altri e quando una relazione si interrompe o finisce, le concediamo lo spazio per un altro tipo di relazione.

Quelli che eravamo non siamo più ma non saremmo le stesse persone senza quell’incontro e quel fallimento.

Il “fallimento” diventa così un punto di partenza dell’oggi invece che una pietra tombale e possiamo crescere insieme a lui e a tutto quello che ci ha insegnato.

E per te qual è il fallimento da cui hai imparato di più?

by Francesca Sanzo