12 Giugno 2020

La passione di famiglia per le api

«Siamo apicoltori da oltre un secolo. Dalle api non si finisce mai di imparare»

Prosegue il viaggio nei mestieri del biologico insieme a Giampaolo Colletti, giornalista e fondatore della job-community wwworkers. Lo abbiamo chiamato “wwworkers dal cuore verde” perché in fondo i lavori che andremo a raccontare sono fatti di competenza, saperi, gioco di squadra e tanto, tantissimo cuore.

TORNARECCIO (CH) – Questa è la storia di due fratelli apicoltori innamorati del biologico. Ed è la storia di un miele buono come quello di una volta. Un miele che affonda le radici nella qualità. Un miele con tanti anni di vita, addirittura secoli. Perché il miele di Adi Apicoltura è nato nel lontano 1858. Pionieri, innovatori, competenti. E soprattutto appassionati. «Anche perché oggi per fare il nostro lavoro se non hai la passione non vai da nessuna parte», racconta Fabio Iacovanelli, 51enne abruzzese, al lavoro insieme al fratello Piero in Adi Apicoltura, azienda di famiglia giunta alla quinta generazione e navigabile su Adiapicoltura.it. Si tratta di un’impresa di una decina di collaboratori per duemila alveari, con una media di 60 mila api ad alveare. Ma prima ce ne erano molte di più, fino a 100mila. «Diciamo che oggi le api sono come gli italiani negli anni della fame. Ma noi abbiamo scommesso sul biologico. Ecco perché siamo pionieri del miele italiano completamente biologico grazie alla coerenza del metodo produttivo e al rispetto della natura e delle api».

Siamo a Tornareccio, comune abruzzese in provincia di Chieti che conta meno di duemila anime, legato alla Comunità Montana Valsangro, uno dei trentanove paesi italiani dell’Associazione Nazionale delle Città del Miele. «Siamo stati i primi in Italia a mettere in movimento gli alveari grazie a innovativi e tecnologici carrelli elevatori. Di fatto abbiamo pallettizzato gli alveari, migliorando il trasporto e il benessere delle api. Fino agli anni ’90 si spostavano a mano», ricorda Fabio. Così l’azienda di famiglia ha introdotto direttamente dagli Stati Uniti questo speciale carrello elevatore del colosso Bobcat, realtà del Dakota del Nord specializzata nella produzione di macchine per applicazioni industriali. «Solo con questa speciale transumanza, e quindi col trasferimento degli alveari su aree incontaminate, lontane da fonti d’inquinamento e ricche di fiori, si riesce ad andare avanti. Prima mio padre otteneva una media di 50 chili di miele ad alveare grazie soltanto alla fioritura della sulla, foraggio tipico di Tornareccio. Oggi, al contrario, la quantità è molto diminuita. Ecco perché dico che ci occorrono passione, sacrifici, rinunce», precisa Fabio, che con il fratello Piero e insieme all’associazione Slow Food, hanno anche creato in azienda una speciale linea dedicata alla salvaguardia della biodiversità.

Fabio, cosa significa fare apicoltura oggi?

«Fare apicoltura oggi non è semplice. A dettare i ritmi di lavoro e a stabilire i giorni e le ore da dedicare all’apicoltura  sono le api e la natura stessa. Occorrono competenze, quindi conoscenza e soprattutto molta intuizione. Bisogna saper interpretare la natura e, dunque, essere veloci a saper cogliere i cambiamenti. La fioritura termina in dieci giorni, mentre prima durava un mese intero. Ecco perché diventa sempre più difficile. Inoltre, a causa dell’inquinamento ambientale, abbiamo notevoli difficoltà ad individuare aree incontaminate e soprattutto a mantenere le api in vita. La moria delle api è davvero preoccupante. Dalla loro scomparsa derivano gravissime conseguenze a livello di equilibrio ambientale e biodiversità».

Avete fatto la storia dell’apicoltura: cosa è cambiato nel corso degli anni, anzi dei secoli?

«Tanto purtroppo. E il comparto è in crisi. Il problema che più ci assilla è l’ibridazione delle sementi. Prima le facevano i contadini, oggi le multinazionali. Quindi il nettare nasce da un seme ibrido. Allevare le api, oggi, è diventata una vera e propria missione. L’apicoltore non è più il produttore di miele; l’apicoltore oggi è colui che lotta per la sopravvivenza delle api, la tutela delle diverse specie floreali e la salvaguardia del pianeta. Alleviamo, pertanto, le nostre api, consapevoli di fare qualcosa di buono per tutti.
Quotidianamente ci rechiamo dalle nostre api per “accudirle” e far in modo che, soltanto alla fine, possano omaggiarci del famoso nettare degli dei».

Parli di transumanza, concetto legato alla cultura abruzzese e noto per i pascoli. Ma quindi vale anche per le api?

«In fondo in questo gli apicoltori sono come i pastori. Viaggiano, si spostano, migrano d’estate, cercano nuovi fiori da far bottinare alle api. Tutto questo è stato importante nella storia della nostra azienda, poiché ci ha consentito di iniziare a proporre sul mercato non più il classico miele, bensì diverse tipologie di miele. La transumanza delle api è stata la chiave di successo per offrire ai consumatori i diversi mieli monoflora.
I primi spostamenti sono avvenuti sulle montagne abruzzesi, al confine col Molise, mentre successivamente ci siamo spinti oltre i confini regionali, raggiungendo  il vicino Lazio, territorio con immense piantagioni d’eucalipto, e l’ Umbria, territorio ricco di tanta erba medica. Fare l’apicoltore significa viaggiare. Oggi spostiamo le nostre api sull’intero territorio nazionale».

Cosa serve per lavorare con le api?

«Pazienza e tempo. Significa essere sempre presenti, notte e giorno. Andiamo a controllare tutti i giorni gli alveari, di notte invece facciamo gli spostamenti delle api.
Non è un lavoro che può essere standardizzato ne tantomeno imitato. Ogni apicoltore impara da se stesso, dai suoi sbagli e dai suoi altrettanti successi. Non esistono regole e davanti alle necessità emergenti, come soprattutto le nuove malattie che attaccano le povere api, anche noi, apicoltori da cinque generazioni, siamo principianti. Il vero segreto allora è “pensare come le api”, non mollare di fronte alle difficoltà, metterci amore e passione per sopravvivere e far si che tutta la società delle api, alla fine, possa essere soddisfatta di aver prodotto un miele puro e di poterlo far assaggiare anche agli altri. La famiglia Iacovanelli, quindi, ogni giorno, da più di un secolo, lavora come una colonia d’api. Ciascuno opera facendo da supporto all’altro, ciascuno pensa e agisce per il bene dell’altro, perché alla fine l’altro siamo noi».

Cosa significa il biologico per voi?

«Il biologico per noi significa innanzitutto qualità, eccellenza, ma anche ritorno alle origini. Lottiamo da più di vent’anni per produrre miele biologico perché crediamo al fatto di poter offrire al consumatore finale un prodotto diverso, migliore, che faccia bene alla salute.
Produrre miele biologico significa individuare aree incontaminate, aree dove ci sono piantagioni biologiche e, dunque, fiori che possono essere bottinati dalle nostre api.
Inoltre, produrre miele biologico, significa allevare le api in maniera naturale, lasciando che la natura faccia il proprio ciclo. Non utilizziamo prodotti chimici o antibiotici per curarle dalle malattie, ma solo metodi naturali».

Cosa si impara dalle api?

«Tanto, tutto. Le api, per noi, rappresentano uno stile di vita, un modello societario da prendere come esempio nella vita quotidiana. Negli anni ci hanno trasmesso l’importanza del rispetto della natura e del pianeta. Soprattutto ci hanno permesso capire il ruolo importante dell’apicoltore  nell’ecosistema. Oggi, più che mai, sentiamo il dovere di continuare a fare il nostro lavoro.
Le api, essendo definite sentinelle della qualità ambientale, si rapportano continuamente con l’uomo il quale non deve far altro che ascoltarle.

In fondo dalle api non si finisce mai di imparare».

 

 

 

by Giampaolo Colletti