27 Marzo 2019

Le serre hi-tech della “California d’Europa”

«La tecnologia migliora le prestazioni e noi siamo innamorati della terra»

Prosegue un viaggio nei mestieri del biologico insieme a Giampaolo Colletti, giornalista e fondatore della job-community wwworkers. Lo abbiamo chiamato “wwworkers dal cuore verde” perché in fondo i mestieri che andremo a raccontare sono fatti di competenza, saperi, gioco di squadra e tanto, tantissimo cuore.

La California d’Europa ce l’abbiamo nel sud-Italia, ed è una piana che mezzo mondo ci invidia. Baciata dal sole, con terra fertile, clima mite e un distretto di agricoltura che oggi lega al meglio tradizione e innovazione tecnologica.

La California d’Europa è nella piana del Sele, una pianura di circa cinquecento chilometri quadrati in quella provincia salernitana vocata prevalentemente all’agricoltura. È qui che una famiglia di agricoltori ha deciso di fare impresa e di creare lavoro per una comunità. A capo dell’azienda due fratelli e l’ambizione di creare prodotti biologici e genuini. «Ho sempre amato la terra, da piccolino abitavamo nella casa di campagna, con mio fratello e mia sorella ci siamo tutti laureati in agraria», racconta Paolo Mellone, 61enne salernitano di nascita e oggi residente a Battipaglia, in tasca una laurea in agraria. In fondo la terra da sempre è stata il suo ambiente naturale. Oggi Idea Natura conta sessanta dipendenti impegnati sul campo, nelle serre e per il confezionamento del prodotto, oltre ad uno staff di una decina di collaboratori. «Ma nei periodi di picco arriviamo ad avere fino a 200 dipendenti», precisa Paolo.

Siamo a Eboli, quarantamila anime nella provincia salernitana. Per un’impresa giunta alla seconda generazione e voluta dal papà di Paolo. Idea Natura, che oggi ha una partnership con Alce Nero, produce e commercializza con colture a pieno campo scarola, radicchio, pan di zucchero di inverno, insieme a tutti i tipi di insalate biologiche e cavolo rapa, mentre in primavera sotto serra ci sono meloni, zucca e basilico. Venticinque ettari di serra e quindici coltivati a kiwi ed circa 20 a colture ortive in pieno campo. Le serre hanno tre tipi di irrigazione: nebulizzazione, a goccia localizzata e antibrina. « In questo modo produciamo circa 2 milioni di cespi di insalata all’anno e 2 milioni di pezzi di cavolo rapa venduti per l’80% all’estero, Germania in testa. D’altronde in Germania non si mangia biologico, ma si vive “biologico”», precisa Paolo, che dallo scorso anno coltiva anche baby leaves, ovvero insalatine a foglie piccole commercializzate e confezionate in vaschette: rucola, insalatine verdi e rosse, spinacino e bietole.

Ciao Paolo, raccontaci l’azienda partendo da quella terra che tanto amate in famiglia. Dove siamo?

«Siamo vicini al mare, in pianura, con un clima temperato. Qui è davvero possibile coltivare tutto. D’altronde siamo il polo europeo più importante per le coltivazioni cosiddette da quarta gamma, ovvero rucola, insalatine, spinacini. Nella piana del Sele questi prodotti si possono coltivare per dodici mesi all’anno. Una terra in origine utilizzata per l’allevamento della bufala, poi destinata alla peschicoltura ed alla fragolicoltura , ed infine reinventata negli anni con coraggio e competenza».

Come avete intrapreso il cambiamento?

«Abbiamo iniziato a differenziare le colture, passando dalle pesche al kiwi e alle susine e quindi differenziando le colture frutticole. Poi nel 2004 grazie all’intuizione ed ai consigli di un nostro amico abbiamo puntato sul biologico e sulle serre. D’altronde già all’epoca la concorrenza sulle pesche si faceva sempre più agguerrita da parte di Spagna, Grecia, Tunisia».

Cosa ha rappresentato il biologico?

«Sin sa subito è stato un modo diverso di coltivare. All’inizio eravamo spaventati mentre ci addentravamo in questa tecnica di coltivazione».

Siete ancorati alla terra, ma proiettati al lavoro hi-tech. In che modo la tecnologia entra nella vostra azienda?

«Abbiamo oggi tecniche colturali all’avanguardia. Disponiamo di centraline intelligenti che monitorano temperatura, luce, umidità, acqua per segnalarci in anticipo potenziale infezione di malattie funghine ed ottimizzare i cicli di irrigazione. La semina e la raccolta sono automatizzate, utilizziamo macchine elettriche, e quindi non inquinanti, dotate di particolari sensori in modo da regolare perfettamente l’altezza del taglio delle insalatine. Oggi di fatto l’agricoltore è anche un po’ tecnologico, pur mantenendo il legame umano con la terra. In fondo la tecnologia va avanti velocemente, ma occorre starle dietro con profonda umanità».

by Giampaolo Colletti